I giorni passa(va)no e nessuno li conta(va)

Il 2019 è stato l'anno di celebrazione del 70° anniversario dalla nascita della Repubblica Popolare Cinese, avvenuta il 1° ottobre 1949. Per 70 anni, il Partito Comunista Cinese ha guidato il popolo di tutti i gruppi etnici, in tutto il paese. Al 北京展览馆 (beijing zhanlanguan), centro espositivo di Pechino, è presente un'esposizione che riproduce accuratamente, anno per anno, la storia del paese. Dopo aver attraversato le numerose stanze dal 1949 al 2019, ci si imbatte in una frase apposta su una delle pareti finali del museo “人民有信仰,民族有希望,国家有力量” (renmin you xinyang, minzu you xiwang, guojia you liliang) “il popolo ha fede, la nazione ha speranza e il paese ha forza”. A gennaio ho ripensato a queste parole, che oltre a suscitare qualche domanda, avevano acceso la curiosità di vedere come la Cina fosse in grado di completare questa opera in futuro. Adesso, sono consapevole che una parte di quel futuro è indissolubilmente legata all’Italia e al mondo intero e vorrei fare un salto in avanti per sapere quale sarà il prossimo tassello da appendere nell'esibizione, ma soprattutto, nella vita reale.

Ieri abbiamo accompagnato Vilma alla porta del reparto. A salutare c’era, mantenuto a distanza, il figlio. Era venuto a portare una di quelle borse valigia super spaziose e un po' vintage, in previsione della dimissione del pomeriggio per proseguire il percorso in riabilitazione. Aveva chiesto di poter salutare la madre che non vedeva da circa un mese e non avrebbe visto ancora per molto. Vilma è stata ricoverata per sottoporsi a un intervento a cuore aperto, è passata dalla terapia intensiva e dalla sub intensiva, per poi finire in degenza cardiochirurgica. Mentre ci dirigevamo verso la porta, lei continuava a ripetermi “Vedrai com’è bello mio figlio”. Ci siamo fermate tre volte, le mancava l’aria e si commuoveva solo al pensiero di vederlo. Aveva uno sguardo perso. Quando ho aperto la porta, il figlio che intanto faceva capolino con la testa, aveva gli occhi con lacrime di gioia e, mentre la mia collega la sosteneva con un braccio, si sono guardati e c’è stato un attimo di silenzio. Con tutte le cose che avrebbero avuto voglia di dirsi, nessuno dei due sapeva come iniziare. “Mamma mi riconosci?” Poche parole in furia quasi dette al vento, dettate dal tempo che scorre e dalla routine assistenziale che non permette molte soste. “Mamma sei uno spettacolo, il babbo ti ha messo le caramelle, quelle che ti piacciono, nella tasca del borsone. Ci manchi.” Lacrime difficili da trattenere anche per noi che siamo semplicemente ad assistere a questa scena. Far mantenere la distanza è stato struggente. Tenere semi-aperta quella porta è stata forse la procedura più impegnativa di tutta la mattina. I grazie interminabili del figlio mentre veniva richiusa fanno sentire un dolore allo stomaco perché vorresti che i due potessero abbracciarsi ma non si può. Vilma è una tra le molte persone ricoverate in questo periodo storico di emergenza globale: vive un insieme di emozioni, la felicità per essere stata finalmente chiamata dopo lunghi anni di attesa, l’ansia per l’intervento a cui si è sottoposta, la paura di uscire infettata da quel luogo di cura, la solitudine di chi non può aver nessuno intorno, se non estranei, gli operatori sanitari. La solitudine è diventata parte integrante di qualsiasi malattia, e a volte, diventa anch’essa una malattia.
Noi, operatori sanitari, siamo quotidianamente immersi in emozioni da provare, suoni da ascoltare e persone da incontrare e assistere. Le mascherine nascondono la nostra bocca, ma non impediscono agli occhi di sorridere. Siamo persone in movimento, le nostre stesse idee sono in movimento. A ogni passo del nostro cammino impariamo qualcosa di nuovo perché il mondo si trasforma e, con lui, ci trasformiamo anche noi. I pazienti, affetti da una qualsiasi malattia, soffrono e lottano contro nemici più grandi di loro e meritano dignità, rispetto, caring e cura. L’emergenza sanitaria non ha chiesto il permesso di entrare nella nostra vita e ci ha colti impreparati. È come se la pandemia fosse una cornice che ingloba al suo interno tutte le altre patologie precedentemente presenti. Viviamo nell’incertezza che qualcuno possa risultare positivo ai test e, quando questo momento arriva, la fredda lucidità è pura utopia.
In Italia, nel mese di febbraio 2020, abbiamo dato inizio alla caccia verso il paziente zero. Epidemia che poi diventa pandemia, un virus che fa paura. Poveri o ricchi, nord o sud, est o ovest. Non viviamo sereni, abbiamo paura e la percezione del pericolo è l’ago della bussola che orienta i nostri comportamenti. Vedo quotidianamente negli occhi delle persone tanta paura, ne provo altrettanta. È a questo punto che realizzi di aver rincorso il tempo per molto tempo, perché pensavi di non averlo. I giorni che prima volavano, spazzati via dal regolare procedere della vita, adesso sembrano più lunghi. Stavolta i giorni passano, e li contiamo tutti. Così come contiamo i morti, i contagiati, le mascherine rimaste, le ore spese nelle abitazioni e le ore che separano dal volo/treno/autobus che ci porta a casa. Siamo in cerca di un luogo sicuro, ma esiste davvero? Scappiamo, verso una meta che non conosciamo nemmeno, perché abbiamo paura. Questa situazione globale di emergenza sanitaria ci mostra che siamo tutti figli della stessa Terra al di là delle distanze fisiche e geografiche. Ci ribadisce che la tecnologia vive insieme a noi e, grazie allo smart working riusciamo a stare vicini anche da lontani, a tenerci stretto un lavoro e a fare la spesa. Ci insegna l’importanza di un abbraccio, un bacio, una stretta di mano o di un messaggio.
L’infermiere, nel tempo di relazione a disposizione, come specificato nell’articolo 4 del Codice deontologico del 2019 (CD) [1], svolge un ruolo di primaria importanza, enfatizzato su tutti i media, ma che rappresenta la nostra quotidianità, come ci ricordano anche l’etica e la deontologia (1° CD approvato nel 1960). “Il tempo di relazione è tempo di cura” e cambia il modo in cui ogni messaggio viene percepito. Essere infermiere non significa lavorare ad orari, significa che le storie delle persone di cui ti prendi cura te le porti addosso. Vuol dire che il carico assistenziale è alto e stressante, ma le parole e la relazione di parole, sguardi e gesti che si instaurano con i nostri pazienti rimangono impresse nella mente. Succede che ti svegli con il pensiero di aver fatto il possibile, ma di poter fare ancora di più. Io spero che Vilma possa riabbracciare al più presto figli e nipotini. Spero di poter tornare ad abbracciare le persone che mi circondano, di poter stringere la mano o accarezzare una spalla, di poter prendere un caffè in reparto senza la paura di commettere errori che possano favorire la contaminazione e ulteriore contagio.
La percezione della paura e del tempo sono elementi chiave dell’immaginario collettivo. Le credenze individuali e le percezioni svolgono un ruolo importante nel successivo cambiamento comportamentale. Nei nostri percorsi, spesso cerchiamo di scegliere la cosa giusta, quella che ci piace di più e/o che ci fa stare meglio. Tutte le nostre azioni e non azioni sono una scelta e, ogni scelta, è un’opportunità. Si sceglie anche solo lasciando agli altri il potete di scegliere. Abbiamo la fortuna di scegliere, dobbiamo spenderlo bene questo tempo che ci appartiene. Dobbiamo stupirci, farci domande, incuriosirci, cercare le risposte. Ripartiamo dal silenzio, per ascoltarci e ritrovarci.

- “Nonna, oggi a scuola hanno parlato del virus che ha infettato il mondo nel 2020, te lo ricordi?”
- “Si, mi ricordo che nessun abbraccio è stato bello come quello che ho dato alla fine, quando ce l’abbiamo fatta”.

A mio padre

Quando metto in moto la macchina, accendo la radio.
Il volume è alto e assordante, quasi come a liberare la mente da mille pensieri e preoccupazioni.
Quando torno a casa, parlo poco.
E se non parlo è per non far rumore.
Se non piango è per non provocare dolore.
Se soffro, è perché vedo il male.
Se rido, è per farti star bene.
Se mi emoziono, è perché la vita è troppo unica e irripetibile, per essere indifferenti.

Ilaria Marzotti - Infermiera

Bibliografia:
[1] Codice Deontologico dell’Infermiere; Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Nazionali Infermieristiche.

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