Il tempo della relazione come lenimento della sofferenza nella malattia e nel lutto

Nell’incontro organizzato da FILE dal titolo “Il tempo della relazione come lenimento della sofferenza nella malattia e nel lutto”, il Dr. Luciano Orsi, medico palliativista, direttore dell’UCP dell’Azienda Ospedaliera di Mantova, ha riflettuto a lungo sul significato che assume il tempo, inteso come Kairos ,nel rapporto equipe sanitaria-persona malata.

Purtroppo il processo di aziendalizzazione ha comportato una contrazione del tempo a disposizione degli operatori sanitari, sempre più oberati dalla necessità di soddisfare compiti burocratici e organizzativi ,a spese del tempo da dedicare a stare accanto ai malati.
La formazione stessa degli operatori, sia quella universitaria sia quella dedicata all’aggiornamento professionale, è assai carente sul piano della preparazione ad una corretta comunicazione con il malato e, ancora di più, sulle modalità che possono favorire un ascolto empatico di quello che il paziente sente e prova riguardo alla sua malattia e alle terapie che deve affrontare.
Si assiste spesso, soprattutto nelle situazioni “al limite”, nelle fasi nelle quali il malato viene definito ormai inguaribile, ad una “fuga” dei medici dalle stanze abitate dai pazienti, che corrisponde alla paura di essere fermati dal malato e dai suoi famigliari, di dover “perdere del tempo” per spiegare e rispondere a domande cruciali.
Si tende a fuggire, precisa Luciano Orsi, perché si ha paura di non saper gestire le emozioni che suscitano certe domande da parte di malati: “Quanto vivrò?”, “Le cure mi potranno guarire?”, o da parte dei familiari. Si ha, quasi,paura di essere “contaminati” dalla sofferenza dell’altro.
E’ necessario, invece, come recita la Carta di Pontignano (Firenze, 2002), “garantire tempi e spazi idonei alla comunicazioni con il malato e la sua famiglia per affrontare le problematiche connesse al processo del morire “ e
“facilitare il riconoscimento e la gestione delle emozioni di ciascuna persona coinvolta;” ma ,per fare questo, occorre dedicare tempo non solo per fornire informazioni, ma per conoscere quella persona nella sua specificità, e non solo come “paziente affetto da una certa patologia”.Purtroppo sta anche riducendosi la disponibilità dei familiari a dare parte del proprio tempo a chi è malato, permettendo un’assistenza domiciliare che, nella maggioranza dei casi, risulta quella più gradita ai pazienti, specie nelle fasi terminali.
Occorre considerare il tempo come un luogo che va abitato dalla relazione che deve tenere insieme non solo il medico e il malato, ma anche gli altri membri dell’equipe curante e i familiari.
E’ stato sottolineato anche il valore del silenzio, non solo quando le parole diventano superflue o fuorvianti, ma anche perché così si dovrebbe accogliere l’espressione del disagio o dell’impotenza, rispetto all’inutilità di proseguire una terapia,quando ritenuta ormai futile.
Come ha sottolineato il prof. Rossi Ferrini, intervenendo nel dibattito, anche Nanni Moretti riferendo nel suo film “Caro Diario”, la sua esperienza di malato , evidenziava che ..”i medici sono molto bravi a parlare , molto meno ad ascoltare.”
Luciano Orsi, in chiusura, ha auspicato che un cambiamento possa realizzarsi a partire dagli operatori più giovani, in una strategia complessiva che mette al centro della medicina le relazioni e il tempo appropriato che l’instaurarsi di queste esige.

( sintesi a cura di Mariella Orsi)

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