La cura dei curanti, una responsabilità etica e non uno “slogan”

L’articolo 15 del Codice Deontologico degli Infermieri – La cura dei curanti – recita: L’infermiere nei diversi livelli di responsabilità si prende cura dei propri colleghi e delle loro famiglie e persone di riferimento, offrendo supporto ed assistenza, contribuendo a creare un ambiente di lavoro positivo e collaborativo. Promuove principi di altruismo e solidarietà professionale.
I valori sottesi alle parole che lo connotano sono – come espresso da Filippini e Arcadi nell’articolo pubblicato su L’Infermiere online n 3/2025 – solidarietà, auto aiuto, presa in cura, altruismo, compassione e gentilezza. Non si tratta di valori solamente idealistici – sostengono gli autori – ma piuttosto di valori irrinunciabili per la crescita professionale e prima ancora personale, nel mondo della cura e dell’assistenza.
Non solo, dunque parole da lasciare sulla carta delle pagine che compongono il Codice Deontologico o nell’alveo delle buone intenzioni ma, per tutti gli “abitanti del mondo della cura” a tutti i livelli, parole da mettere a terra con i fatti perché, come diceva S. Agostino, solo quelli danno credibilità alle parole proprio come espresso dalla collega nelle righe che seguono.
Quanto scrive Enza Anemolo, Infermiera, deve far riflettere perché, forse, quanto da lei auspicato non sempre è realtà.

Marina Vanzetta Infermiera, PhD, MSN, Responsabile comunicazione OPI Verona

Chi dirige davvero l'orchestra?
C'è una frase che mi è rimasta impressa negli anni. L'ho sentita durante una convention aziendale: "Un'organizzazione è come un'orchestra: ogni musicista può essere straordinario, ma senza una direzione comune produrrà soltanto rumore."
È un'immagine che oggi mi torna spesso alla mente.
Perché nelle organizzazioni il problema raramente è rappresentato dalle persone. Più spesso è rappresentato da chi governa i processi, definisce gli obiettivi e sceglie il linguaggio con cui esercitare la leadership.
Negli ultimi anni abbiamo imparato a parlare di benessere organizzativo, empowerment, valorizzazione del capitale umano. Ma troppo spesso queste parole rimangono slogan, mentre la quotidianità racconta altro.
Racconta obiettivi poco chiari.
Priorità che cambiano continuamente.
Comunicazioni frammentarie.
Aspettative che emergono solo quando qualcosa non va.
E racconta, soprattutto, un linguaggio che invece di costruire fiducia finisce per demolire le persone.
Ci sono parole che non dovrebbero mai uscire dalla bocca di chi ha la responsabilità di guidare altri professionisti.
Tra queste, una che ho sentito pronunciare con rabbia e disprezzo:
"Sei una ca**o di infermiera."
Non è soltanto una parolaccia.
Non è uno sfogo.
È una frase che racchiude un'intera idea di leadership.
Perché in quelle quattro parole non viene umiliata solo una persona.
Viene umiliata una professione.
Una professione che ogni giorno si assume responsabilità cliniche, organizzative, relazionali ed etiche. Una professione che lavora quando gli altri dormono, che prende decisioni difficili, che sostiene famiglie, coordina percorsi assistenziali e spesso tiene insieme sistemi organizzativi molto più complessi di quanto si immagini.
Io, invece, quella frase la rivendico.
Sì, sono un'infermiera.
Ragiono da infermiera.
Decido da infermiera.
Gestisco persone da infermiera.
Ed è proprio grazie a quella formazione che ho imparato ad assumermi responsabilità, a costruire soluzioni, a lavorare in équipe e a non perdere mai di vista il valore delle persone.
Se questo viene considerato un limite, allora il problema non appartiene alla professione infermieristica.
Appartiene a un modello di leadership che confonde l'autorevolezza con la sopraffazione.
Ripenso allora a quella metafora dell'orchestra.
Oggi molti lavoratori hanno la sensazione di trovarsi seduti davanti al proprio spartito mentre dal podio arrivano direttive diverse, talvolta persino contraddittorie.
Più direttori.
Più voci.
Più richieste.
Ma nessuna partitura realmente condivisa.
Non manca l'impegno.
Non manca la competenza.
Manca una direzione capace di trasformare il talento individuale in un progetto collettivo.
Chi guida un'organizzazione dovrebbe fare esattamente questo: definire obiettivi chiari, comunicare con trasparenza, creare coerenza tra ciò che viene chiesto e ciò che viene realmente valorizzato.
Perché il rispetto non è una concessione.
È il primo strumento di leadership.
E un'orchestra non suona bene perché il direttore alza la voce.
Suona bene quando ogni musicista comprende la propria parte, si sente rispettato e riconosce nel gesto di chi dirige una visione comune.
Il resto è soltanto rumore
”.

Enza Anemolo Infermiera

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