La morte disumana

La terrificante notizia degli immigrati morti per asfissia nel camion posteggiato lungo l’autostrada che unisce Budapest a Vienna non lontano dal percorso di una ben più antica strada percorsa però in senso contrario dai barbari di tantissimi secoli fa, quella del Danubio, e il recente, quasi contemporaneo ritrovamento di altri immigrati morti per asfissia nella stiva del barcone soccorso dalla Poseidon della missione «Triton» nello stretto di Sicilia, mi hanno fatto pensare a tanti uomini e donne, nonché bambini, di fronte alla morte.

Come hanno vissuto la fase finale della loro vita per lo più giovanissima? Si sono resi conto di quello che stava loro accadendo? Hanno avuto paura della morte? Forse non si sono resi conto dell’avvicinarsi della morte per la perdita di conoscenza a causa dei gas tossici.
Non può che non venire in mente quanto scritto da Primo Levi in “Se questo è un uomo” «Tutti i mussulmani che vanno in gas hanno la stessa storia, o, per meglio dire, non hanno storia; hanno seguito il pendio fino al fondo, naturalmente, come i ruscelli vanno al mare. Entrati in campo per loro essenziale incapacità, o per sventura, o per qualsiasi banale incidente, sono stati sopraffatti prima di aver potuto adeguarsi; sono battuti sul tempo, non cominciano a imparare il tedesco e a discernere qualcosa nell’infernale groviglio di leggi e di divieti, che il loro corpo è già in sfacelo, e nulla li potrebbe più salvare dalla selezione o dalla morte per deperimento». L’analogia non è solo con le “camere a gas”, anche se assolutamente non confrontabili sono le cause che hanno portato queste persone a morire gasati, ma anche e soprattutto il fatto che queste persone, proprio per il modo ed il contesto in cui sono morte, hanno perso l’imprescindibile dimensione individuale del concludersi della propria vita.
Franz Rosenzweig, filoso ebreo tedesco, morto a solo 43 anni per malattia neurologica progressiva, sosteneva che la paura della morte è una realtà che, se accomuna ogni creatura, è al contempo evento eminentemente individuale, cui nessuno può sfuggire. Così scriveva nella “Stella della redenzione” «Dalla morte, dal timore della morte prende inizio e si eleva ogni conoscenza circa il Tutto. … L’uomo non deve rigettare da sé la paura terrena, nel timore della morte egli deve rimanere.» L’imprescindibile dimensione individuale del concludersi della vita sottrae la morte a ogni possibilità di concettualizzazione, sfaldando e vanificando le pretese filosofiche di astrazione e universalizzazione(1). Mi domando se i morti del camion, come i morti del barcone o quelli del gas di Birkenau, hanno potuto avere una morte individuale o se hanno invece avuto una morte collettiva e per questo disumanizzante.
Se nei quaranta anni di mia vita professionale medica accanto a tante persone morenti ho cercato di valorizzare per quanto possibile il valore dell’individualità della propria morte, cercando il colloquio, cercando soprattutto che le persone alla fine della loro vita non perdessero il loro essere “umani” e, con l’aiuto delle cure di fine vita, non diventassero “solo corpi distrutti”, involucri senza più anima, mi rendo ogni giorno conto che la morte “umana” è, tutto sommato e paradossalmente, un privilegio!
Non può quindi che ritornare il pensiero di Rosenzweig che ha unito l’ebraismo e il cristianesimo: l’accettazione dell’amore di Dio e lo slancio a ricambiare tale amore fondano un vincolo di amore sponsale che, come tale, prevede responsabilità di natura eminentemente «orizzontale», traducendosi nell’amore, non selettivo, verso il proprio prossimo(1).
E il prossimo non ha un solo colore di pelle, non ha origine da un solo continente, non ha differenza di cultura e credo.
(1) G. Laras. «Ricordati dei giorni del mondo».2 Storia del pensiero ebraico dall’Illuminismo all’età contemporanea. Edizioni Dehoniane Bologna. 2014

Andrea Lopes Pegna

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