La vita finisce, non si annulla. Il termine dell’esistenza secondo Nietzsche e Kierkegaard

Segnaliamo l'articolo di Umberto Curi uscito sulle pagine de Il Corriere del 17 maggio, nel quale affronta il concetto di morte attraverso il pensiero di alcuni dei più importanti filosofi della storia.

Nella conclusione di una lettera di Seneca (Epistulae, 65), irrompe all’improvviso un interrogativo. «Quid est mors?», che cosa è la morte? Non meno lapidaria, rispetto alla domanda, la risposta: «Aut finis, aut transitus». Il quid, la «cosa», in cui consiste la morte si riduce dunque al confronto fra due possibilità. Che essa sia fine, dissoluzione di tutto, ovvero che essa sia passaggio, transito verso qualcos’altro, o anche — come si dirà con l’avvento del cristianesimo — che quel passaggio sia in realtà un reditus, un ritorno alla «patria» dalla quale tutti proveniamo. Compito del sapiente, secondo lo scrittore latino, è argomentare su questo dilemma, esplorarne le implicazioni. Far emergere l’ineludibilità di un’alternativa che non lascia margini di incertezza.
Per la filosofia questo compito non è avventizio, né facoltativo. Al contrario, come già scriveva Platone, essa altro non è che un «prendersi cura della morte», interrogare la nostra vita, in quanto capace di misurare e «dire» la morte. Filosofare equivale sostanzialmente a pensare la morte, assumendola perciò non come opposizione o negazione, rispetto alla vita, ma come suo fattore essenziale.
Ma è difficile dimenticare le contestazioni mosse a questa impostazione da almeno due autori. «Ridicole, terribili “ultime parole”», definisce infatti Nietzsche il monito che sul letto di morte Socrate rivolge a Critone («Dobbiamo un gallo ad Asclepio»). Perché con quelle parole Socrate ha inteso esprimere la convinzione per cui la vita non sarebbe altro che malattia, sicché il morire si configurerebbe come guarigione, per la quale rendere grazie al dio della medicina.
Né più benevolo è l’approccio di un altro grande. «Compassionevole menzogna» — questo e non altro è infatti la filosofia che «tratta» il tema della morte, secondo Franz Rosenzweig. Mentre se essa non volesse essere sorda al grido dell’umanità impaurita, se non si ostinasse a negare il presupposto di ogni vita, dovrebbe partire proprio da questo snodo fondamentale, dal riconoscimento che ogni nuovo nulla della morte è un nuovo qualcosa, sempre nuovamente tremendo, che non si può esorcizzare: «La filosofia dovrebbe avere il coraggio di stare ad ascoltare quel grido e di non chiudere gli occhi davanti all’orribile realtà».
Ci si può chiedere fino a che punto questa invettiva colga nel segno. È però inconfutabile che talora la filosofia si sia identificata col tentativo di espungere la morte dalla vita, riducendola a nulla, allo scopo di fugare le paure e gli incubi connessi con l’attesa di un viaggio nelle tenebre. Elaborare strategie capaci di liberare l’uomo dal timore della morte, sia pure a prezzo di una «compassionevole menzogna» — questo è il compito che la filosofia si è sovente assunta.
In una direzione solo apparentemente simile procede il filone di pensiero che si articola a partire dal messaggio evangelico. Anche qui non sono mancate le critiche feroci. Come là dove Nietzsche riconosce al cristianesimo di avere realizzato un «colpo di genio», trasformando una sconfitta — la morte del Cristo — in un trionfo. D’altra parte, soprattutto se ci si riferisce alla prospettiva indicata da Søren Kierkegaard, la concezione cristiana della morte è irriducibile alla caricatura nietzscheana. Al contrario, fra il paradosso su cui insiste il filosofo danese e la «gaia scienza» preconizzata dall’autore dello Zarathustra emergono i tratti di una sorta di «amicizia stellare». Nessuna pretesa di cancellare la morte. Nessuna visione latentemente nichilistica della vita, destinata ad essere «superata» dal sopravvento della «vera vita» inaugurata dalla morte. Ma piuttosto il riconoscimento della realtà della morte, non riconducibile all’univoca dimensione dell’annientamento.
Affermare che la morte è dies natalis, che la mors è connessa al nascor, non equivale a negare la morte, né a sussumerla in una prospettiva che tenda ad annullarne, o almeno a indebolirne, l’aspetto per cui essa è consummatio, exitus , finis . Significa, invece, cogliere il nesso che intimamente connette il vivere al morire. Al di là di ogni visione sentimentale, o di ogni intento consolatorio, il simbolo della croce condensa tutta la carica drammaticamente paradossale di un evento irriducibilmente ambivalente.
Questa peculiare, anche se «minoritaria», interpretazione del cristianesimo, diametralmente opposta rispetto alle rassicuranti certezze insite nella religione cristiana, al punto da poterne sembrare la negazione, riprende alcuni spunti presenti nel modo di «pensare la morte» nella cultura greca antica. Imparare a morire, in una simile prospettiva, non vuol dire sforzarsi di «addomesticare» la morte, ma recuperarla come momento cruciale della vita, e dunque anche come ciò che concorre a definirne il senso e a farcene cogliere la specifica qualità.

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