Le lezioni apprese o il coraggio della resilienza

È passato quasi un mese da quando le Autorità ci hanno imposto di stare a casa per il bene nostro e di tutti, per ridurre il contagio da Covid-19. E noi abbiamo dovuto capire che un essere minuscolo e invisibile -questo coronavirus- (che i più piccoli raffigurano come un mostriciattolo) ha potuto cambiare le sorti del nostro universo. Ci siamo dovuti abituare a ritmi di vita ben diversi dalla quotidianità, abbiamo dovuto riprendere confidenza con spazi -la nostra casa- in cui vivevamo poche ore che è diventato il nostro unico territorio, abbiamo ripreso rapporti-felici o meno con quei membri della nostra famiglia con i quali spesso ci incontravamo solo ai pasti scambiandoci veloci opinioni, o, talvolta, anche un po' ignorandoci, presi come eravamo ciascuno dagli impegni individuali.

Se anche solo a gennaio qualcuno ci avesse predetto quello che sarebbe successo, non gli avremmo potuto credere e invece … ce la stiamo facendo.

La nostra frenetica vita “fuori” casa è diventata la nostra, più o meno calma, vita “dentro” casa e, a molte cose che ci sembravano essenziali abbiamo dovuto rinunciare e stiamo scoprendo che se ne può fare a meno.

Quante lezioni abbiamo imparato, anche senza troppa fatica, e quante esperienze vorremmo che diventassero un patrimonio anche per il “dopo”. Abbiamo visto -e i nostri figli e nipoti hanno sperimentato- che si può “fare scuola” anche a casa e quei docenti che tanto venivano criticati, ora sono ricercati dai ragazzi anche perché meno focalizzati sul rendimento scolastico e magari di più sul benessere dei propri studenti.

Certo molte disuguaglianze sociali che si evidenziano anche nella disponibilità di mezzi tecnologici -il computer,la rete internet …- hanno inciso anche nell'accesso, più o meno facilitato, alle lezioni da remoto, ma forse molti fratelli maggiori hanno aiutato nei compiti i più piccoli della famiglia.

I quartieri in cui vivono le famiglie con maggiori disagi sociali hanno spesso mostrato una grande potenzialità di atti solidali: l’interessarsi alle persone sole, anziane o con handicap, il portare loro la spesa e o i farmaci, l'utilizzo dei balconi per favorire una socialità tra vicini ormai dimenticata, fino a quella esperienza -in anonimato e quindi più preziosa- della “spesa sospesa” (che deriva dalla generosità avviata nel napoletano del “caffè sospeso”) che si evidenzia in ceste sparse nei rioni nelle quali “chi può, metta e chi ne ha bisogno, prenda”, per offrire generi alimentari a chi, privato di stipendio non può neppure sfamare sé o la propria famiglia.

Forse abbiamo anche imparato a considerarci molto fortunati se ci troviamo in buona salute e alcuni acciacchi, che prima ci sembravano così gravosi ora, a fronte di quello che vediamo in TV succedere negli ospedali, ci appaiono ben sopportabili. Ci serve talvolta rifare la scala delle priorità delle nostre vite e provare a vedere di quanti privilegi possiamo godere, a fronte di coloro che, per sfortuna o situazioni avverse, si trovano nelle nostre città “senza una casa in cui stare” (come richiesto dalle autorità), senza un lavoro che garantisca dignità alla vita propria e della propria famiglia, senza un/a compagno/a di vita con cui condividere la propria giornata, o senza il bene della salute.

Quando, nel tempo dopo la pandemia, riprenderemo attività, spazi,i ritmi di vita quotidiani, sarebbe auspicabile che quanto abbiamo dovuto sperimentare in questo tempo di clausura forzata potesse diventare per ciascuno di noi, non solo vicenda eccezionale da raccontare ai posteri, ma occasione di crescita e di acquisizioni di competenze, specie relazionali. Il silenzio di tanti momenti delle nostre giornate, la lettura di libri acquistati ma lasciati in disparte per mancanza di tempo, il desiderio di ”farsi vivi” con telefonate o messaggi a persone amiche, magari un po' dimenticate per i nostri impegni, ma che ora sappiamo sole a casa, l'offerta di qualche contributo per cause sociali che oggi ci appaiono degne di essere sostenute, ci hanno forse insegnato qualcosa. E infine, quando tutto sarà finito e torneremo alla vita normale , riusciremo anche ad ascoltare quei sanitari che ora devono rimanere ricoperti da tute e visiere, con le bocche chiuse dalle maschere di protezione, ma che dovranno poterci finalmente parlare per dirci come si regge uno stress così eccezionale, mentre ci si prende cura delle persone più fragili alle quali, oltre alle terapie d'urgenza, si deve dare sostegno persino nei momenti finali della vita senza il conforto dei familiari. E questo mentre si prova la paura di un contagio, che potrebbe toccare loro stessi o qualche loro familiare.

Trasformare quell’ augurio che rimbomba in questi giorni “ce la faremo” in “ce l'abbiamo fatta” è un’evenienza che sarà un merito attribuibile a tutti coloroi che si sono impegnati sul fronte sanitario, oltre che del volontariato, delle istituzioni civili e militari, e naturalmente, a tutte le comunità locali e ai cittadini che le compongono.

Mariella Orsi

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