Non vedere, non sentire, non parlare: il silenzio come ostacolo al processo di cura. Indagine fenomenologica fra il personale sanitario che opera in un Centro Grandi Ustionati

Autore tesi: 
Alberto Greco
Anno accademico: 
2011/2012

Nell'attuale società, caratterizzata da un costante utilizzo di tecnologia, si attuano sempre più politiche a favore dell’ottimizzazione di sistemi lavorativi attraverso il miglioramento delle tecnologie, dei processi operativi e la formazione tecnica del personale trascurando spesso fondamentali fattori di base; ma il fattore umano continua a rivestire un’importanza fondamentale nell’assicurare un valido funzionamento di tutti i sistemi organizzati, della sanità in modo particolare.

Le équipe sanitarie si presentano come un unico corpo a livello operativo e istituzionale, ma la vita e il funzionamento di queste unità sono mediate da dinamiche comunicative individuali complesse ed articolate. Ogni operatore è fondamentale nella trasmissione d’informazioni basilari per la riuscita della mission istituzionale del gruppo nel suo insieme.
Lo studio svolto ha come tema principale l’approfondimento del “vissuto” delle persone nei confronti di eventuali comportamenti professionalmente o moralmente scorretti da parte di colleghi o altri operatori. In tale prospettiva, il silenzio, come fonte di errore, costituisce uno dei principali e più seri ostacoli a tutti i processi di cura, poiché genera a cascata una serie di criticità che possono sfociare in un esito fatale, assolutamente indesiderato, ma pur tuttavia sempre incombente.
Si è ritenuto utile approfondire l’argomento in un ambiente lavorativo caratterizzato da pazienti che richiedono un alto livello d’intensità di cura, come quelli del Centro Grandi Ustionati (C.G.U.) dell’Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale “A. Cardarelli” di Napoli, poiché assume notevole rilevanza data la delicatezza del problema legato al clima di lavoro e alla qualità dell’assistenza.
La metodologia applicata allo studio è di tipo qualitativo con un approccio fenomenologico, basato sulla teoria antropologica delle relazioni umane che si prefigge di capire il vissuto esistenziale dell’uomo oltre a coglierne le relazioni. Il motivo di tale scelta deriva dalla necessità di approfondire i significati e di ottenere una descrizione particolare completa e introspettiva delle esperienze degli operatori nei confronti dell’evento errore e quali sono le dinamiche comunicative che si creano nell’ambito dell’equipe nei confronti di questa criticità. Lo studio rileva che all’interno del C.G.U. di Napoli non è assolutamente presente una “cultura della comunicazione”, le capacità comunicative tra operatori stessi e con pazienti e famigliari sono scarse. In merito al vissuto dell’evento errore ed alle modalità comunicative più frequentemente adottate è emerso che la maggioranza dei professionisti che vede commettere un errore da un membro dell’equipe lo comunica. Il condividere con il gruppo l’evento errore, in modo che diventi patrimonio di apprendimento comune, non è però la modalità più frequentemente utilizzata: si tende a ricercare un colpevole, piuttosto che le condizioni che lo hanno favorito. Generalmente si tende a comunicare l’errore solo nell’ambito di gruppi ristretti o alla persona interessata e la mancanza di comunicazione nell’unità, induce a tacerlo, quando commesso in prima persona. L’assenza di procedure, di una organizzazione lavorativa è quindi la causa dei diversificati comportamenti in merito all’argomento. Potrebbe risultare utile l’elaborazione di un protocollo sulle modalità di comunicazione specifica degli eventi avversi, in maniera da assicurare l’adozione di un comportamento omogeneo da parte di tutto il personale. Sarebbe opportuno che l’azienda provvedesse ad attuare percorsi formativi, coinvolgendo tutte le figure professionali, al fine di creare ed applicare protocolli operativi per innescare un processo “virtuoso” di comunicazione istituzionale nei confronti dell’errore.

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