Riflessioni …

La scienza medica nasce per prendersi cura delle persone. Forgiata a misura di uomo e per il bene dell'uomo. Negli ultimi anni si sente sempre parlare di "Umanizzazione delle Cure", come se le cure fossero entità scisse dalla persona che le riceve. La medicina senza l'uomo non avrebbe ragione di esistere. Ancora oggi siamo troppo concentrati a curare la malattia e non prendiamo in carico, in modo olistico, coloro che hanno davvero bisogno; le persone nella loro complessità.

Le persone hanno bisogno di essere ascoltate. Soprattutto sul territorio. I MMG sono spesso in difficoltà nello svolgere i propri compiti. Confusi da una sanità caotica e regolata da meccanismi di business, economicità ed efficienza; fattori interni ed esterni hanno impoverito la medicina del territorio. In prima linea a curare i propri pazienti per conto del SSN, primi a cadere durante la pandemia da covid19 (dato che deve far riflettere). Un ruolo, quello del Medico di Base, vitale per la sanità italiana. Tuttavia i curatori del territorio sono oberati di lavoro, affaticati, spesso abbandonati a se stessi. Bisogna ripensare l'assistenza territoriale; MMG ed altre figure professionali devono collaborare tra loro creando una fitta rete di servizi socio-sanitari che risponda in modo globale ai bisogni espressi dal paziente. Aumentare il numero di professionisti impiegati sul territorio, perché è questo il luogo di vita delle persone; l'ospedale e le sue cure specialistiche rappresentano solo un momento di passaggio. La vita è a casa propria, sul territorio.
Può un ospedale essere gestito come fosse una fabbrica metalmeccanica? Seguire direttive dettate da ingegneri gestionali? Non credo. Le persone che ricorrono alle cure del sistema sanitario non possano essere paragonate a pezzi di metallo che devono essere processati lungo una catena di montaggio. Eppure è questo ciò che viene richiesto all'interno degli ospedali ai giorni nostri. All'interno delle sale operatorie, per esempio, il paziente viene anestetizzato, sottoposto ad un intervento chirurgico, risvegliato (più o meno drasticamente) ed inviato al reparto di propria pertinenza. Il tutto avviene durante un preciso arco di tempo. Se non viene rispettato il tempo standard, allora ci sono dei problemi. È a quel punto che interviene il manager, cercando di capire le ragioni del ritardo e apportando modifiche “migliorative”. Viviamo una sanità che non ha tempo. Probabilmente perché viviamo un mondo senza tempo. Siamo in continuo affanno, scappiamo da un titano che corre troppo veloce, dimenticando il valore della nostra esistenza. “Il tempo di relazione è tempo di cura”, afferma l'Articolo 4 del Codice Deontologico degli Infermieri (approvato dal Comitato centrale della Federazione e dal Consiglio nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche riuniti a Roma nella seduta del 12 e 13 aprile 2019). Dobbiamo imparare a scendere da questa giostra del tempo, fermarci, guardare i nostri assistiti e riconoscere i loro bisogni. L'esistenza dell'uomo si basa sulle relazioni umane.
La maggior parte dei professionisti sanitari è stanca, frustrata, esasperata; come possono curare gli altri se essi stessi necessitano di cure? (chi curerà i curatori? / qui custodiet ipsos custodes?). Garantire il benessere psico fisico del personale sanitario vuole dire assicurare al cittadino il proprio diritto alla salute. Tutti hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro. Sono troppi i sanitari che non sono in equilibrio con se stessi. Questo mette a rischio le persone che si rivolgono ai curatori nel momento del bisogno. È sufficiente non ascoltare una frase durante l'anamnesi del paziente per agire nel modo sbagliato mettendo a rischio la sua vita. Anche i curatori sono esseri umani e come tali hanno una famiglia, una propria vita sociale, problemi di vario genere. In più sono esposti ogni giorno a dolore, paura, incertezza, sofferenza, morte. È naturale che non siano indifferenti a questa mole di emozioni e sensazioni. Se lo fossero sarebbero robot e non persone. Convivere con il proprio lavoro a volte non è facile, specialmente di fronte a casi clinici che sono vicini alla propria quotidianità o eventi che scuotono timide certezze. Tuttavia devono ricordarsi che non sono soli. C'è un intero mondo di professionisti che condivide con loro uno stesso vissuto. Per questo è importante confrontarsi con i propri colleghi, parlare ed esprimere la propria interiorità. Trovare nella relazione con l'altro una relazione di aiuto, uno scambio bidirezionale di pareri ed esperienze che fortificano e permettono di vivere con serenità. Se è vero che noi siamo “strumenti” di cura, dobbiamo essere capaci di agire nel modo corretto; agire secondo scienza e coscienza.
Troppo spesso manca il rispetto verso la vita e le sue manifestazioni, anche quelle più dolorose. Siamo ciechi di fronte ai limiti della medicina che si palesano ai nostri occhi. C'è un limite a tutto; agli interventi che un corpo può subire, ai traumi psicologici che una mente può sopportare, agli anni che un cuore può battere. Non possiamo controllare tutto e pretendere di farlo significa peccare di iubris. Perché troppe volte ho visto persone schiacciate dalla tracotanza della medicina, spesso autoreferenziale, quando non viene praticata per il bene dei pazienti. Bisogna riconoscere i propri limiti e quelli degli altri. In quanto garanti della persona, dobbiamo assicurare un'esistenza dignitosa e priva di sofferenze, laddove sia possibile. Essere custodi dei nostri assistiti.
Recentemente ho seguito un seminario che mi ha fatto riflettere molto, mi ha fatto capire ancora di più che professionista della salute voglio essere. Recentemente ho guardato nuovamente un film del 2001, “La forza della mente” (titolo originale “Wit”), scritto e diretto da Mike Nichols e tratto dal dramma di Margaret Edso. Lo amai moltissimo mentre studiavo all'università durante la laurea triennale. Mi promisi che sarei diventato un infermiere “empatico ed umano” al pari di Susie (infermiera nel film) unica persona ad instaurare una salutare relazione di cura con la protagonista (affetta da carcinoma ovarico in stadio avanzato). Giurai che non sarei rimasto indifferente di fronte al pathos dei miei pazienti.
Ascoltare è faticoso, difficile ed emotivamente stressante, ma quale professione permette di toccare così profondamente l'essenza stessa di una persona? Paure, sentimenti, emozioni, sensazioni; solo al nostra. Il vero rapporto di cura per il paziente non è con il medico, ma con l'infermiere (mi ripeteva un docente della laurea triennale). Ed è vero. Siamo noi che ci mettiamo al fianco dell'assistito e percorriamo con lui tutto il cammino, qualunque sia la meta. Comprendiamo le sue emozioni, ci facciamo carico dei suoi sentimenti. È a noi che rivolgono domande che spesso non hanno il coraggio di porre ai camici bianchi (troppo autorevoli ed occupati per essere disturbati). Quando ci osservano con occhi pieni di dubbi, cerchiamo di rispondere in modo semplice e preciso. Siamo noi che ci prendiamo cura di corpo ed anima. Da una parte la scienza medica, dall'altra il rispetto per la vita in tutte le sue manifestazioni.
Se avessi voluto avrei potuto essere biologo molecolare, ma io ho scelto le persone, le relazioni, l'empatia. Ho scelto di essere Infermiere.
Sono Infermiere, non faccio l'infermiere. Come altri professionisti sanitari, ricopro un preciso ruolo all'interno della società, in ogni momento della mia giornata. Con il camice o senza, sono comunque sempre un curatore. Non dimentichiamoci di essere infermieri sempre. Per quanto sia poco riconosciuta in Italia, la professione infermieristica in altri paesi del mondo è guardata con rispetto, ammirazione e fiducia. Non infanghiamo il valore della nostra professione con atteggiamenti indecorosi o poco consoni al ruolo che rivestiamo. Se vogliamo davvero che il nostro valore professionale venga riconosciuto dobbiamo mostrare di meritarlo, sempre, non solo a lavoro. Perché il prendersi cura è l'essenza dell'infermieristica. Siamo infermieri, sempre.
L'assistenza è un'arte; e se deve essere realizzata come arte, richiede una devozione totale e una preparazione, come qualunque opera di pittore o scultore; con la differenza che non si ha a che fare con una tela o un gelido marmo, ma con il corpo umano, il tempio dello spirito di Dio. È una delle belle arti, anzi, la più bella delle arti.
(Florence Nightingale)

Nicolas Capitani

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