La macchina che ingoja la vita

L'INDISSOLUBILE LEGAME TRA CINEMA E MORTE

"[...]scavando il caldo regno notturno

del tuo cuore,

ne estrassi i semi ancora verdi dai quali

doveva germogliare la tua morte, la tua

propria morte nutrita dalla tua propria

vita."

Reiner Maria Rilke, Per un amica

La morte, così come l’amore - l’eterno binomio eros/thanatos - è da sempre protagonista dell’arte, dalla letteratura alla musica, dal teatro alle arti figurative. Non fa eccezione il cinema, la macchina che ingoja la vita, come lo definisce Pirandello[1].
Al di là della natura stessa del dispositivo cinematografico - la proiezione delle immagini filmiche parte dall'oscurità, dal ‘nero’, dal buio della sala; ogni film, diviso per lo più in due tempi, scorre sullo schermo per una durata stabilita e poi, per così dire, ‘muore’ - numerosi sono i legami che intercorrono tra la Morte e lo schermo.
Se, sin dalle origini della critica cinematografica[2], gli studiosi della materia indicavano la macchina da presa come ‘macchina di morte’, poiché essa immortalava lo scorrere inesorabile del tempo[3], il morire risulta protagonista anche in qualità di tema principale della pellicola, attorno cui ruotano le vicende dei protagonisti.
Oltre ad un’ampia cinematografia di genere - sarebbe pressoché impossibile stilare un elenco delle pellicole, thriller, horror e fantasy in cui essa si rivela protagonista sin dal titolo, dove spesso viene raffigurata secondo l’iconografia classica, lungo abito nero e volto coperto[4], o assumendo talvolta sembianze umane[5] - la Morte ‘partecipa’ al cinema con una funzione attanziale nell’economia del film.
Uno dei binomi più frequenti è quello legato alla malattia di uno dei protagonisti[6]: sono queste, le pellicole in cui la Morte ricopre un ruolo decisivo da un punto di vista principalmente narrativo; a seguito o in previsione di un decesso, i personaggi principali sono portati a compiere scelte o riflessioni che altrimenti non sarebbero necessarie, suscitando nel pubblico reazioni di empatia. Sebbene riscuotano generalmente un grande successo di pubblico, questi film vengono tacciati dalla critica - spesso a ragione - di strumentalizzazione di temi delicati, per commuovere gli spettatori, ed accusati di proporre storie banali imperniate su un sentimentalismo fine a se stesso, il cui finale è generalmente scontato, anche nel caso di un lieto fine. Esistono tuttavia delle eccezioni, come Cléo dalle 5 alle 7, diretto da Agnès Varda nel 1962, pellicola in cui la protagonista, in attesa di un referto clinico, vaga inquieta per le vie di Parigi; quando finalmente incontrerà il medico, le parole dell’uomo saranno solo parzialmente rassicuranti e non forniranno allo spettatore una risposta definitiva. In quest’opera, così come in corrispondenza di altri titoli, la morte ed il morire, si palesano quali spunti di riflessione sull’esistenza, non solo per i personaggi coinvolti nella vicenda, ma anche e soprattutto per gli spettatori. È questo il caso in cui la decisione di affidare il ruolo di protagonista alla Morte si rivela come una scelta estetica, che trascende le mere esigenze narrative, per offrire agli spettatori un’opera che non si limita ad essere una sequenza di eventi: alcuni registi più che proporre sullo schermo la figura ‘umanizzata’ della Morte, l'hanno ‘immortalata’ nei loro film. In Nick's Movie - Lampi sull'acqua, un film-documentario che quando uscì nelle sale fu oggetto di critiche feroci, Wim Wenders intervista Nicolas Ray, già minato da un tumore, fino a filmare gli ultimi momenti della vita del suo amico regista. Nel film La morte in diretta, il regista Bertrand Tavernier mostra come la morte sia strumentalizzata dai media per fini spettacolari e di lucro. Il film narra, infatti, di una rete televisiva che, per mandare in onda gli ultimi giorni di una malata terminale, inserisce una microcamera nella testa di un operatore per filmare gli ultimi giorni della donna.
Se la malattia - con tutto il corollario di pensieri e sensazioni che suscita nel personaggio che ne è affetto e in chi lo circonda - è raccontata con verosimiglianza, due diverse accezioni del morire sono ancora considerati tabù, e sono spesso oggetto di aspre critiche se presentate sul grande schermo: l’eutanasia ed il suicidio.
Negli ultimi decenni, cineasti sensibili alle problematiche legate al desiderio di una ‘buona morte’, hanno affrontato il tema dell’eutanasia come affermazione del diritto ad una vita e, quindi, ad una morte dignitosa. Se in origine si è trattato principalmente di documentari o di opere legate ad esperienze autobiografiche degli autori in questione - come nel caso del belga Frans Buyens, regista di Meno morta degli altri - , in anni più recenti sono stati distribuiti, e non soltanto nelle sale cinematografiche d’essai, lungometraggi di finzione che pongono lo spettatore di fronte alla questione morale della sospensione delle terapie: è il caso di Mare dentro, dello spagnolo Alejandro Amenabár, e di Le invasioni barbariche, del canadese Denys Arcand. Alla stessa stregua, anche la morte procurata mediante il suicidio - come raccontata, ad esempio, da Alain Resnais in L’amour à mort - è un tema delicato; la scelta di porre fine alla propria esistenza, che non sempre si risolve nel compimento dell’atto[7], è stata raccontata dai migliori cineasti del panorama internazionale, provocando tuttavia reazioni forti, talvolta indignate, da parte di coloro che ritengono un crimine il poter decidere arbitrariamente di interrompere la propria vita. La Morte ed il morire sono, dunque, protagonisti indiscussi al cinema, legati indissolubilmente alla mondo della celluloide. Sulla ragione di questo legame così profondo, André Habib ha offerto una motivazione che condividiamo, e che citiamo ora in chiusura: “Il cinema ci avvicina al senso del tempo, al nostro essere-per-la-morte. Allora, forse, il cinema ci insegna a morire.”[8]

BIBLIOGRAFIA

Arnheim, R. (1960) Film come arte. Milano, Il Saggiatore.

Aumont, J. (1992) Du visage au cinéma. Paris, Éditions de l’Etoile, Cahiers du Cinéma.

Bazin, A. (1973) Che cosa è il cinema?. Milano, Garzanti.

Cavicchia Scalamonti, A. (2000) La camera verde: il cinema e la morte. Napoli, Ipermedium libri.

Di Giammatteo, F. (1998) Storia del cinema . Venezia, Marsilio.
Habib, A. (2002)L’épreuve de la mort au cinéma. Paris, Hors Champ.

Morin, E. (1963) L’industria culturale. Bologna, Il Mulino.

Pirandello, L. (1982)Quaderni di Serafino Gubbio operatore. Milano, Mondadori.

Rauzi, P. (1997) La morte allo specchio: la morte secolarizzata nel cinema contemporaneo. Trento, Edizioni de l’Invito.

Spinella, M., Cassanmangano, G. e Cecconi, M. (a cura di) (1985) La morte oggi. Milano, Feltrinelli.

Tagliabue, C. e Vergerio, F. (a cura di) (2005) La fatal quiete. La rappresentazione della morte nel cinema. Torino, Lindau.

Note

[1] Pirandello, L. (1982) Quaderni di Serafino Gubbio operatore. Milano, Mondadori.
[2] Per una trattazione più approfondita dell’argomento, è utile consultare Arnheim, R. (1960) Film come arte. Milano, Il Saggiatore ed Morin, E. (1963) L’industria culturale. Bologna, Il Mulino.
[3] Celeberrima, a tale proposito, l’affermazione di Jean-Luc Godard che, nel 1962, in un’intervista ai Cahiers du cinéma, dichiarava: “La persona che si filma sta invecchiando e morirà. Si filma, dunque, un momento della morte al lavoro.”
[4] Si vedano, in merito, Il carretto fantasma di Victor Sjöström, 1921, Destino di Fritz Lang, 1921, Orfeo di Jean Cocteau, 1950, Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, 1956, Brancaleone alle crociate di Mario Monicelli, 1970.
[5] È il caso, tra gli altri, di All that Jazz di Bob Fosse, 1979, in cui la Morte è rappresentata come una splendida donna vestita di bianco.
[6] Ne sono esempio film che hanno ottenuto un ampio successo di pubblico quali, Dolce Novembre di Robert Ellis Miller, 1968, Love Story di Arthur Hiller, 1970, Voglia di tenerezza di James L. Brooks, 1983, My life – Questa mia vita di Bruce Joel Rubin, 1993, Philadelphia di Jonathan Demme, 1993, La voce dell’amore di Carl Franklin, 1998, Nemicheamiche di Chris Columbus, 1998, Autumn in New York di Joan Chen, 2000 e Sweet November–Dolce Novembre di Pat O’Connor, 2001.
[7] Si vedano, al riguardo, Umberto D, girato da Vittorio De Sica nel 1952, e Harold e Maude di Hal Ashby, 1971.
[8] Habib, A. (2002) L’épreuve de la mort au cinéma. Paris, Hors Champ. La traduzione è del curatore.

a cura di Gianluca Favero, Eleonora Perlo, Emilia Uccello e Rachele Anna Valori

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