Il ciclo della vita un'esperienza di identificazione nell'apparenza

Paolo Pierucci, appartenente al C.I.C.A. (Coordinamento Italiano Case Alloggio HIV/AIDS), ha esposto le sue riflessioni sul ciclo della vita in base soprattutto alla sua esperienza ventennale di accoglienza, di vicinanza, di assistenza e di condivisione con persone affette da infezione da HIV/AIDS presso una struttura residenziale sita in Pesaro (Villa Moscati).

Di seguito le considerazioni di Paolo Pierucci.

Premessa

Alla luce di una ventennale esperienza di accoglienza, di vicinanza, di assistenza e di condivisione con persone affette da infezione da HIV/AIDS presso una struttura residenziale sita in Pesaro (Villa Moscati) vorrei provare - e non senza presunzione - a:

avvalorare ed integrare l’ipotesi teorica - metodologica circa lo “sviluppo del Self” e la “costruzione dell’identità”, evidenziando come il Ciclo Evolutivo dello Uomo (CICLO DI VITA) altro non sia che un ritmico continuum esperienziale tra l’esperienza iniziale della nascita e l’esperienza finale della morte. Vorrei, cioè, provare a dimostrare che l’individuo così come costruisce il suo Nascere - Crescere attraverso lo sperimentarsi in sequenza nei livelli dell’esperienza (livello corporeo - livello cognitivo verbale), in modo esattamente simmetrico e speculare rispetto agli stessi livelli esperienziali costruisce il suo Crescere - Morire (livello cognitivo verbale - livello corporeo).

Alcune considerazioni

La nostra capacità di relazione con l’ambiente e con noi stessi avviene attraverso la nostra capacità di contatto; è questa ritmica capacità che ci permette la conoscenza, la comprensione e la connessione con il mondo e con noi stessi.
Questa capacità di contatto avviene attraverso alcune funzioni di contatto individuate nei livelli dell’esperienza (corporeo, sensoriale, emotivo, immaginativo e cognitivo - verbale).
Questi livelli costituiscono una “unità”, essi sono sempre compresenti, coagenti e correlati anche se ognuno di noi nel corso del processo evolutivo li colloca in gerarchie funzionali e, come in un gioco figura - sfondo, mette in evidenza uno dei livelli relegando nello sfondo gli altri (questo in base a fattori personali e ambientali). Sono questi livelli dell’esperire che influiscono sulla nostra capacità di contatto. Essi sono anche inscindibili e mai contemporanei e quindi ci permettono solo di avere una visione parziale e mai globale di tutti gli aspetti di noi, dell’altro e della relazione.
Tutti questi livelli in cui è possibile vivere l’esperienza sono manifestazioni al confine di contatto di un Se multipolare capace di trasformare di dare nuova forma espressiva a ciò che internamente stiamo vivendo. Ogni evento che viviamo, cioè, si scompone nei diversi livelli dell’esperienza.

Nell’intero processo o CICLO DI VITA l’individuo attraverso lo sperimentarsi in sequenza nei livelli dell’esperienza (sfondo) costruisce e riorganizza le sue specifiche modalità di contatto (figura) con se stesso (consente la possibilità di astrarsi, di autoriconoscersi e di autorappresentarsi) e con il mondo (consente l’azione, l’esperire e l’entrare in contatto - con). È grazie a queste modalità di contatto che la persona, nel ritmo continuo scandito dal bisogno di appartenere e al bisogno di separarsi/individuarsi, costruisce la propria identità personale (sviluppo del Self) e il proprio Nascere - Crescere. Questo avviene e si struttura già nei primi anni di vita (sperimentarsi in sequenza dal livello Corporeo al livello cognitivo verbale) senza necessariamente cristalizzarsi per sempre e potendosi, quindi, modificare e riorganizzare successivamente. Questo ritmo appartenenza/separazione e questa continua costruzione - riorganizzazione dell’identità, accompagna l’individuo nell’intero ciclo di vita e scandisce il ritmo dell’intera esistenza umana.

Nella mia esperienza personale c’è che le persone affette da una malattia inguaribile, quale l’AIDS, e quindi costrette a fare i conti con il proprio morire e con la propria morte, si sperimentano nei livelli dell’esperienza (dal livello cognitivo verbale al livello corporeo) in modo esattamente simmetrico e speculare rispetto agli stessi livelli esperienziali del processo evolutivo iniziale. È così, infatti, che costruiscono le proprie modalità di contatto, la propria identità personale (Continuum di Sviluppo del Se) e il proprio Crescere - Morire. È possibile, cioè, chiudere bene la “Gestalt della Propria Storia”, e questo non può passare che attraverso il ripercorrere le strade che l’hanno aperta.
Ecco che il ciclo di vita sempre più si configura come un continuum esperienziale - tra l’esperienza iniziale della nascita e l’esperienza finale della morte - attraverso l’esperienza di continue nascite/morti. Ciclo di vita che non è altro che la “misteriosa esperienza di una identificazione nell’appartenenza”.
È solo nell’appartenenza alla vita (sfondo) che è possibile l’individuazione del vivere (figura); ed è possibile vivere il proprio morire (sfondo) solo alla luce di questa ritrovata appartenenza (figura). È in questo senso che ci si può ritrovare in quella saggezza popolare che afferma che: “ognuno vive così come sa morire e, parallelamente, che “ognuno muore così come ha vissuto”.

Possibili connessioni tra i livelli dell’esperienza e le modalità di contatto del crescere-morire
Il contesto, come già ricordato, è quello delle persone affette da AIDS.

a) LIVELLO COGNITIVO - VERBALE, LA RETROFLESSIONE E L’INTROIEZIONE
LA DIAGNOSI: IO E IL TEMPO _____ ESSERE

Questo è il momento iniziale della diagnosi di una malattia inguaribile come l’AIDS; è il momento in cui per la prima volta la persona è posta di fronte al problema del limite; diagnosi vissuta come sentenza del proprio morire e della propria finitudine.

Rispetto a questo evento la funzione con cui precipuamente entriamo in contatto si individua nel LIVELLO COGNITIVO - VERBALE, attraverso il nostro “cogitare”.
Il ritmo appartenenza/separazione si esprime nel ritmo accettazione/negazione. Ecco perché questo è anche il”MOMENTO DELLA RABBIA” quale espressione della ricerca, della tensione e della esplorazione di una nuova identità (autorappresentazione) e di una nuova appartenenza (possibilità di contatto - con) che oscilla tra la paura di non riuscire per il senso di colpa ed il senso di tradimento, e la speranza - certezza di riuscire facilmente a riconfigurarci un nuovo essere. Agli estremi di questa oscillazione possiamo intravedere le radici di due atteggiamenti che, se cristallizzati, odorano chiaramente di patologia (scissione di personalità) e che si possono tradurre come:

- NEGAZIONE TOTALE DELLA MALATTIA potenziamento dei meccanismi di sfida; rifiuto di sottoporsi alle analisi, visite; rifiuto dei farmaci; mantenimento dello status quo; fughe psicotiche, deliri, allucinazioni, ecc..

- ACCETTAZIONE TOTALE DELLA MALATTIA: assenza di progettualità e rassegnazione esasperata; paralisi interna; rifiuto di responsabilità e dismissione di impegni e lavori; ricerca di isolamento e chiusura alle relazioni; rifiuto di alimentarsi; propositi suicidi; ripresa della tossicodipendenza qualora dismessa; ecc..
Entrambi questi atteggiamenti cristallizzati, traducono la totale incapacità di collocare la nuova esperienza in un nuovo concetto di sé e del mondo. Ecco perché questo e il momento più delicato, drammatico e significativo nella vicinanza - assistenza alle persone con AIDS.

Può iniziare qui un cogitare diverso; cambia il nostro modo di raccontarci nel mondo (pensieri, idee e valori); parallelamente dentro di noi inizia un forte dialogo interno, un brusco ripiegarsi con tanto di rivisitazione della nostra storia personale (conquiste, fallimenti, incompiutezze, ecc.. ). È il tempo delle tante domande sul senso della malattia, della morte, della sofferenza, del dolore; è il tempo della constatazione di non avere risposte adeguate alle stesse. La nostra identità vacilla, i ruoli sembrano cambiare e c’è un forte disorientamento legato al cambiamento delle precedenti mappe cognitive interne troppo piene della nostra infinitezza e della nostra immortalità. Si cerca fortemente di collocare l’esperienza della finibilità e del morire in un nuovo concetto di sé (il senso di sé e della vita) più capace di aiutarci a collocarci di nuovo nel mondo.

Ci si scinde interiormente (in osservatore/osservato) per esplorare, sondare e creare nuove mappe cognitive e nuove teorie di sé, della vita e dell’insieme. È in questo livello dell’esperire che l’individuo riorganizza la propria capacità auto riflessiva - retroflessiva (RETROFLESSIONE) per aiutarsi a riconoscersi e a riconnettersi con l’ambiente esterno dal quale si sente strappato. Questo è il momento in cui il pensiero è prioritario sull’azione.
Sempre in questo livello dell’esperire, l’individuo riorganizza la propria modalità introiettiva (INTROIEZIONE) di contattare la vita. Il virus introiettato, infatti, non introduce solo l’idea della caducità, della finibilità e della morte, ma ci infetta anche di nuove introiezioni, di nuovi modelli di vita e di nuovi “doveri“ verso noi stessi e verso gli altri/ambiente: “devo cambiare vita..., devo migliorare..., devo chiudere l’inconcluso..., devo completare..., non devo lasciarmi andare..., devo lasciare la mia impronta indelebile nella vita..., ecc.. “.
Sono queste introiezioni che avviano e sostengono quella capacità autoriflessiva troppe volte non attivata e/o subito spenta; che rendono possibile il nostro collegamento con l’ambiente dei “viventi - morenti” della storia; che permettono il cambiamento delle nostre teorie della vita, la ricerca di senso e la verifica della possibilità di un nuovo “ESSERE”.
Il tempo è così vissuto ed esperito sempre più come il “TEMPO DELL’ESSERE”.

b) IL LIVELLO IMMAGINATIVO, LA DISCRIMINAZIONE E LA PROIEZIONE LA REAZIONE: IL TEMPO DELLE POSSIBILITÀ _____ PROGETTARSI

La fase successiva alla precedente è caratterizzabile nel momento della reazione progettuale (o fatica progettuale) come ricerca di nuovi modi di rappresentarci nel mondo e come tentativo per sondare creativamente nuove possibilità per noi. È il movimento teso ed orientato a favorire l’uscita dalla rigida definizione “sono finito e morirò” per aprirci alla possibilità che per me sarà diverso.
Rispetto a questo momento la funzione con cui precipuamente entriamo in con tatto si individua nel LIVELLO IMMAGINATIVO DELL’ESPERIENZA, attraverso cioè il recupero delle fantasie, dei sogni, dei desideri, delle speranze e di quanto non esperito e realizzato fino ad ora.

Il ritmo appartenenza/separazione si esprime nel ritmo possibile/impossibile o anche invasione/esclusione. Ecco che questo momento diventa il “MOMENTO DELLA CONTRATTAZIONE” quale espressione di questa fatica di progettarsi; quale tensione e ricerca di un nuovo rappresentare/ci e di una nuova coesione - integrazione. Questa ricerca, che dipende dal grado di consapevolezza del proprio valore e dal grado di attribuzione di potere che conferiamo a noi stessi, porta la persona a contrattare continuamente nuove possibilità con sé, con altri e soprattutto con la vita/Dio (“... se guarisco cambio vita!... non sbaglierò più …, metto la testa a posto..., ecc.. ”). Questo nell’oscillazione tra il cercare continuamente regali e possibilità da altri, qualora a se stessi non si attribuisca il giusto valore (IL TEMPO DELLA RIVENDICAZIONE E DELLA DELEGA TOTALE), e lo sfidare continuamente tutto e tutti (IL TEMPO DELLA SFIDA) qualora ci si attribuisca un valore pseudo - onnipotente di manipolare la propria ed altrui vita.

La esplorazione iniziata nella fase precedente è ancora scarsamente orientata. L’agire prende il sopravvento, e questo a prezzo di una scarsa selezione (priorità dell’azione sul pensiero); si sondano e si provano mille possibilità: è il pellegrinaggio verso i servizi, i centri medico - clinici, ecc.. ; è l’affidarsi senza affidarsi a mille specialisti, riti, magie, ecc.. ; è l’ingoiare mille farmaci e mille formule; è la frenesia dell’esperire l’esperibile (nel lavoro, nelle relazioni, sessualmente, ecc.. ); ecc.. Il tempo sempre più breve e insufficiente diventa il tempo del “fare” nell’illusione di poter “farsi”. Tutto questo senza cogliere il significato e il valore di sé, dell’altro e dell’ambiente e senza la possibilità di integrare tutto ciò in armonica coesione. È in questo livello dell’esperire che l’individuo riorganizza la propria capacità di DISCRIMINAZIONE, la scelta tra ciò che è possibile/ciò che non lo è, ed è proprio questa modalità di contatto che orienta e guida la ricerca di un modo nuovo di rappresentarsi e di rappresentare il mondo, nonché la possibilità di cogliere il significato e il valore di sé e della vita. È questa capacità di discriminare che rende possibile la differenziazione (io - altro - virus - malattia), la coesione e l’integrazione della persona; che permette di “tenere dentro” ciò che è buono e ciò che serve (accettazione - possibile) e di “lasciare fuori” tutto ciò che è malato, viziato, che non può essere accettato o che non ci appartiene (negazione - impossibile).

Questo favorisce la possibilità di muoversi criticamente verso l’ambiente, di invaderlo e di manipolarlo alla ricerca di una possibile integrazione, nel tentativo di uscire da quella rigida identificazione di finitezza di sé e della vita e da quel senso di emarginazione cui ci si relega o si è relegati (soprattutto per le persone più sole e meno “protette” da legami familiari, sociali ed economici). Questo movimento avviene e si avvale grazie al recupero e alla riorganizzazione della modalità proiettiva (PROIEZIONE) di contatto con la vita che permette di prendere le distanze dal virus, dalla malattia e da tutto ciò che non ci serve per riscoprire che c’è ancora una realtà possibile per sé. Si assiste così: alla ripresa degli impegni (nel lavoro, in famiglia, rispetto ai monitoraggi clinico - sanitari, alla accettazione di un sostegno terapeutico, ecc.. ); alla riscoperta di una spiritualità - religiosità; alla ricerca di una tribù di appartenenza (volontariato, associazionismo, militanza politico - sociale, ecc.. ); alla sana e orientata richiesta d’aiuto (servizi, programmi terapeutici, sostegno psicologico, ecc.. ); alla flessibilità - adattabilità nel rapportarsi con gli altri/ambiente e alla presa di coscienza della propria identità, del proprio valore e del fatto che la vita e la storia hanno ancora bisogno di noi e che noi, ancora, possiamo scrivere pagine originali e importanti nella storia degli uomini.
Il tempo è così sempre più il tempo delle possibilità e il “TEMPO DEL PROGETTARSI”, rispetto a sé/altri/ambiente/Dio.

c) IL LIVELLO EMOTIVO, LA CONFLUENZA E LA RETROFLESSIONE
I SINTOMI: IL TEMPO SI È FATTO BREVE______ESSERCI

Questo è il momento in cui il corpo comincia ad esprimere, pezzo per pezzo e quasi simultaneamente, i primi sintomi del decadimento annunciato. Comincia la fatica fisica; le analisi laboratoristiche oggettivano il peggioramento clinico; i ricoveri ospedalieri si intensificano e l’aspetto fisico fissa il deterioramento (dimagramento, malesseri vari, rialzi febbrili, disarmonia motoria, invalidità, ecc.. ). La persona sperimenta così l’inizio di una perdita di autonomia. Anche sul versante relazionale cominciano le prime difficoltà: la delusione rispetto alle mille aspettative precedenti, l’inabilità lavorativa, il fantasma della affettività - sessualità negata e rifiutata, le tensioni in famiglia, la fatica delle amicizie, ecc..
Rispetto a questa situazione (chiamata dalla Kubler Ross: LA PICCOLA MORTE) la funzione con cui precipuamente entriamo in contatto si individua nel LIVELLO EMOTIVO DELL’ESPERIENZA che, attraverso le nostre emozioni e i nostri sentimenti, ci connette con il mondo e ci fa sperimentare il nostro esserci nel mondo.

Il corpo, depositario privilegiato delle nostre emozioni e della nostra auto - rappresentazione inconscia, minaccia il senso di autosufficienza (impossibilità a reggersi da soli e a muoversi da soli), l’appartenenza e il proprio Esserci nella vita. È come sperimentare che la vita possa fare a meno di noi: ci si sente abbandonati e tagliati fuori; si fa fatica a sentire e ad accettare il proprio confine corporeo che si va disgregando e restringendo sempre più; non si riesce a condividere nulla con nessuno perché si fa fatica a percepire l’altro come vicino; ci si sente troppo diversi quasi appartenenti ad un’altra specie; si ha paura dell’intimità con l’altro quasi percependosi come veicoli di morte; si prova spavento di fronte alla perdita di autonomia; il senso di disgregazione spinge a chiudersi sempre di più e a chiudere sempre di più anche agli altri. A parte qualche prediletto non si ha voglia di ricevere visite (a volte neanche i familiari), spesso ci si isola in camera, ci si estranea (TV, radio e letture), si cerca tranquillità, si rifugge la confusione e non si vuole essere obbligati a vivere (mangiare, bere, ecc.. ).

Il ritmo appartenenza/separazione si esprime nel ritmo abbandono/autonomia o anche esserci (dentro) /non esserci (fuori). Ecco che questo diventa il “MOMENTO DELLA DEPRESSIONE”, il momento della fatica di sentirsi vivi, il momento del sentire l’impossibilità di fare tutto e di chiudere tutto, del sentire il proprio limite e la propria finitudine. È il momento dei primi, sommari, bilanci e consuntivi della propria esistenza. Il tempo si è fatto breve per compiere l’incompiuto, per riscrivere la propria storia e per trovare una armonia; ogni possibilità perduta sancisce l’impossibilità di riaverne un’altra; la stessa morte fino a prima sfidata nella onnipotenza dell’immortalità ora può essere cercata (accentuazione esperienze autodistruttive - ad esempio la tossicodipendenza -, ipotesi e tentativi di suicidio, ecc.. ) quale possibile soluzione della fatica del vivere la propria mortalità.

È in questo livello dell’esperire che l’individuo riorganizza la propria modalità confluente (CONFLUENZA) di contattare la vita. È attraverso questa modalità di perdersi del Sé che la persona riesce a lasciarsi andare all’emozione del presente, all’eccitante senso di connessione/intimità con l’altro e che riesce a costruire il senso del “Noi”, riscoprendo il senso di appartenenza alla vita e il senso di nuove possibilità. L’altro diventa depositario del la propria vita, delle proprie speranze e delle proprie possibilità; diventa motivo di gioia e di tristezza, motivo di vita e di morte. Gradualmente si recupera il piacere di stare in compagnia, non si ha più voglia di stare da soli e si ricerca intimità (rapporti individuali), volti, storie di vitae condivisione; il proprio sentire emotivo, il proprio respiro, il proprio movimento, il proprio bere, il proprio mangiare e il proprio vivere la vita diventano le emozioni, il respiro, il movimento, il bere, il mangiare e il vivere dell’altro. Un giorno un volontario, dopo essere uscito con un ospite della Casa, mi disse, a questo proposito “Mi ha sempre seguito tutto il giorno e non si e mai staccato da me. È come se mi volesse rubare la vita!”.

Questo movimento avviene e si avvale grazie al recupero e alla riorganizzazione della modalità autoriflessiva (RETROFLESSIONE) di contatto con la vita. È attraverso questa modalità di arroccamento che è possibile riscoprire il senso dei propri confini corporei e il senso della propria separatezza/individuazione dagli altri. Nella tranquillità cercata, nella solitudine vissuta, nell’intimità esperita e nell’inchiesta dentro la propria anima, c’è la possibilità di tornare a pensarsi e a pensare, di imparare ad astrarsi dalla vita per poi rituffarvisi qualora si abbia la possibilità e l’energia per farlo, e di imparare, cioè, un ritmo più a misura delle proprie possibilità. È così possibile collocare questa esperienza in un nuovo concetto di sé e collocarsi così in un modo nuovo e per noi più consono nel mondo. È in questo riscoperto senso di sé separato, ed è dal riscoperto senso dell’altro, che la persona riscopre il proprio esserci nel mondo e la propria appartenenza alla vita.
Il tempo che si è fatto breve può così diventare il “TEMPO DELL’ESSERCI NEL MONDO”; nel qui - ed - ora del tempo che si è fatto breve, la persona può riscoprire la possibilità di “diventare uomo” prima di “diventare eterno”.

d) IL LIVELLO SENSORIALE, L’INTROIEZIONEE LA DISCRIMINAZIONE
LA NON AUTOSUFFICENZA IL TEMPO SI E’FATTO BREVISSIMO_______VIVERSI

Le fasi precedentemente descritte hanno una durata molto variabile nel tempo, anche molto lunga, legata alla evoluzione della malattia; ma dopo alti e bassi ricorrenti, o dopo periodi di prolungata stabilità, può accadere qualcosa di nuovo: l’insorgenza di un evento, più o meno improvviso/graduale, così significativo a livello fisico - clinico (paralisi motoria, lesioni cerebrali, Demenza Complex, incontinenza, ecc.. ) che conduce alla Non - Autosufficenza e all’esperienza dell’Allettamento prolungato (senso di morte imminente). Questo è il momento in cui si tocca con mano e si fa la più alta esperienza del limite, del morire e della Dipendenza da altri. Questo è sicuramente un momento molto drammatico e delicato nell’assistenza e nella vicinanza alle persone con AIDS.

La funzione con cui precipuamente entriamo in contatto con questa realtà si individua nel LIVELLO SENSORIALE DELL’ESPERIENZA. La perdita dell’abilità senso - motoria e la spesso presente compromissione cognitivo - verbale (compromissione neuro - psichica) cambiano il nostro modo di rapportarci all’ambiente; il contatto è reso possibile solo attraverso l’esperienza dei sensi (soprattutto l’udito che l’ultimo canale di contatto che si chiude) che soli ci consentono di orientarci nel rapporto con gli altri e con la vita.

Questo diventa il “MOMENTO DEL SILENZIO” il momento degli sguardi, il momento del silenzioso (verbalmente) incontro tra volti, tra suoni, tra odori, tra gusti e tra corpi. È il grande momento della“assenza della parola”. La possibilità di scoprire o meno “l’essere del mondo” e il “nostro essere nel mondo” avviene solo attraverso le “parole dei sensi”: vedere, gustare, odorare, toccare e sentire. È solo attraverso esse che continua e si specializza la ricerca e l’organizzazione dei significati (consapevolezza) nonché la ricerca di senso, di contenuti e di relazioni; è dalla porta dei sensi che la persona si apre al mistero di sé, dell’altro e della vita. Il tempo si è fatto brevissimo e il ritmo separazione/appartenenza si esprime nel ritmo presenza/assenza, o anche pienez-za/vuoto di significati.

È in questo livello dell’esperire che l’individuo riorganizza la propria modalità introiettiva (INTROIEZIONE) di contattare la vita. La sospensione del giudizio sulle cose e la minor capacità di selezione delle esperienze, permette alla persona di ingoiare sensorialmente di tutto: volti, cibi, suoni, odori, ecc.. Nella propria camera la TV e la radio sono sempre accese; la paura del buio, specie nella notte, spinge la ricerca continua di luci; si ha paura della solitudine e si cerca continuamente compagnia; il pudore di sempre lascia il posto alla disponibilità di farsi toccare da tutti per essere cambiati, lavati, medicati, accarezzati, ecc.. È attraverso questa possibilità riorganizzata che la persona al di là di quello che può sembrare un atteggiamento di mera rassegnazione, riesce a fare il pieno di esperienze vitali; riesce a riorganizzare la propria rappresentazione di sé e del mondo; riesce a sperimentare la connessione con il mondo esterno e riesce a rinsaldare e rafforzare quel senso di fiducia nella vita rispetto alla quale sperimenta ancora la propria appartenenza.

Questo movimento avviene e si avvale grazie al recupero e alla riorganizzazione della modalità selettiva (DISCRIMINAZIONE) di contattare la vita. È, infatti, questa capacità di discriminazione, separazione e selezione sensoria degli stimoli che apre la possibilità di dare creativamente significato alle proprie percezioni sensoriali, che aiuta la persona ad autoriconoscersi e a riconoscere l’altro e le permette, così, più consapevolmente, di lasciarsi andare e di sperimentare la fiducia e la connessione nell’ambiente circostante. La vita diventa così un viversi attraverso le proprie ed altrui percezioni; diventa così “volto” da guardare, da toccare, da odorare, da gustare e da sentire; diventa un immergersi attraverso il mistero del volto, nel mistero della vita; diventa incontro di volti (l’uno di fronte all’altro), incontro di misteri (l’uno di fronte all’altro) e, insieme, lo stesso mistero di vita. “.. La vita non è... ma è data dall’es¬serci di questi inauditi centri di alterità che sono i volti. Volti da guardare, da accarezzare, da rispettare.. ” (Italo Mancini, da “Tornino i volti”).
Il tempo che si è fatto brevissimo può così diventare il “TEMPO DEL VIVERSI”; nel qui - ed - ora del tempo che si sta esaurendo la persona può riscoprire la propria ed altrui misteriosa identità e reciproca appartenenza.

e) IL LIVELLO CORPOREO, LA PROIEZIONE E LA CONFLUENZA
IL MORIRE IL TEMPO È COMPIUTO________COMPIERSI

Più o meno gradualmente si spengono tutte le funzioni biologiche della vita: si fa fatica ad alimentarsi fisiologicamente; le funzioni cognitivo - verbali, quando non già gravemente compromesse, non sostengono più adeguatamente la persona; gli sfinteri hanno perso la propria capacità funzionale; il movimento è ridotto al minimo; i sensi sembrano aver esaurito il loro compito (anche l’udito, il più presente e tenace, piano piano si spegne); i tessuti, gli organi e le funzioni si consumano, si disorganizzano e si disgregano gli uni dopo gli altri.

La funzione con cui precipuamente entriamo in contatto con questa realtà si individua nel LIVELLO CORPOREO DELL’ESPERIENZA. Così come alla nascita l’individuo era entrato in figura come corpo, vissuto e non agito, nel contatto con il mondo, allo stesso modo, ora, l’individuo entra in figura come corpo, vissuto e non agito, nel contatto con l’esperienza del proprio morire. Si inscrive proprio nel corpo il confine tra la vita e la morte. È il corpo, infatti, che raccoglie la proiezione dell’immagine di sé; è il corpo la struttu¬ra fisica della nostra esistenza; è nel corpo, nel “volto del corpo” di ogni uomo, che si fa l’esperienza del proprio vivere (Nascere - Crescere, Crescere - Morire). L’uomo vale per il volto - corpo che ha, per il volto - corpo che è, per il fatto stesso che è volto - corpo. Nulla nasce senza volto; nulla può nascere se non dopo il volto. È il volto dell’uomo il volto della vita, è il mistero del volto dell’uomo il mistero della vita. È in quel volto - corpo che è scritta per ogni uomo la sua dignità, la sua storia, il suo destino, le sue paure, le sue gioie, il suo limite, la sua speranza e, soprattutto, il misterioso gioco di luci ed ombre della vita.

Il tempo si e così compiuto ed il ritmo separazione/appartenenza ritorna ad esprimersi nel ritmo accettazione/negazione del mistero del nascere/morire. Tipiche di questo momento possono essere da un lato, la TENACE LOTTA INTERIORE per non lasciarsi andare di fronte alla devastazione del corpo e per non sentirsi separati e abbandonati dal corpo - vita (espressa soprattutto dal prolun¬gamento del tempo dell’agonia dalla rabbia stampata nello sguardo, dalla rigidità, dal sussulto, dalla fatica corporea, ecc. ) e, dall’altro, la COLPEVOLIZZAZIONE (senso di tradimento) rispetto ad una attesa di salvezza (guarigione), proiettata sugli altri, che tarda a venire e rispetto ad un’appar¬tenenza alla vita che sta per essere tradita per sempre (espressa dal corpo intero e soprattutto dallo sguardo, dal pianto silenzioso e/o dal gemito continuo e prolungato). Questo, però, è anche il momento della possibilità del “miraco¬lo”; il “MOMENTO DELLA RINASCITA” dopo il compimento; della possibilità di riscoprire e sperimentare una nuova identificazione nell’appartenenza.

È in questo livello dell’esperire che l’individuo malato e morente (terminale) riorganizza la propria modalità proiettiva (PROIEZIONE) di contattare la vita. Attraverso questa modalità la persona può individuarsi come “persona per l’infinito e per il definitivo (eterno), stanca della frammentarietà e della provvisorietà. C’è una più piena differenziazione dall’altro attraverso il dividersi e il separarsi da tutto ciò che di sé e del mondo porta i segni della malattia e della provvisorietà. Proiettando sull’altro i propri bisogni e le proprie possibilità (come se fossi io) è possibile, inoltre, cercare di integrare il tutto in una coesione di sé libera da quelle zavorre che hanno imbrigliato e contenuto per tutta la vita il proprio alito di assoluto e di eterno. La vita dell’altro diventa la propria vita; il respiro, le gioie, i progetti, e le speranze dell’altro diventano il respiro, la gioia e la possibilità della propria eternità. In sé e nell’altro si scorgono, così, le tracce di infinito e la possibilità di continuare a scrivere pagine di storia, capaci di dare un senso alla storia stessa, attraverso la indelebilità della propria “impronta” di vita.

Questo movimento avviene e si avvale del recupero e della riorganizzazione della modalità confluente (CONFLUENZA) di contattare la vita. Attraverso la confluenza, infatti, la persona malata e morente riesce a vivere il momento della morte. Riesce, cioè, ad esperire: la fiducia nella trasformazione; la capacità di lasciarsi andare; il ritorno all’appartenenza al mistero della vita; il senso di connessione con la storia degli uomini (specialmente con le persone care e significative, già decedute, da raggiungere e da re - incontra¬re) la condivisione di un destino scritto nella storia della vita; il rituffarsi nel grembo dell’eternità come felice risposta al bisogno di tornare in quel senso di intimità profonda con la vita, che supera i limiti del corpo e delle funzioni esperienziali e che si colloca, soprattutto, in una diversa autorappresentazione di sé e del mondo; il senso di riconciliazione con se stesso, con gli altri e, per chi crede, con Dio; la possibilità di lasciarsi alle spalle l’insicurezza, la fatica e la provvisorietà del vivere (che si identifica in quel corpo ormai non più capace di sorreggerci) nella certezza che.. “tutto è compiuto!”.
È questo esperire che rende possibile l’accettazione più consapevole del morire e della morte. La persona ha raggiunto una sua pace interiore; non sempre vi è gioia, ma neppure la paura del morire.

Il tempo, che si è fatto oltremodo brevissimo perché già compiuto, può diventare così il “TEMPO DEL COMPIERSI”, ovvero, il tempo della consapevolezza che in esso sono già posti i significati della vita. Nel qui ed ora del tempo che si compie, la persona può così abbandonarsi alla esplorazione dell’inesplo¬rato e dell’inesplorabile (di sé nel mondo) e può risperimentare in modo nuovo la propria appartenenza che è “appartenenza di PARTE nel mistero del TUTTO”. È, in definitiva, la possibilità di esperire il proprio ESSERE, PROGETTARSI, ESSERCI, VIVERSI e COMPIERSI come identità di “parte” (figura) nella misteriosa appartenenza al “tutto” della vita(sfondo).

Conclusioni

Vivere significa anche accettare di morire.
Il Crescere - morire, così come il Nascere - Crescere, cui è strettamente connesso, è un percorso che avviene attraverso lo sperimentarsi nei livelli dell’esperienza. È in questo sperimentarsi; in sequenza, dal livello cognitivo - verbale al livello corporeo dell’esperienza, che la persona costruisce la sua identità (autorappresentazione e Contatto - Con) e riesce non solo ad accettare ma anche a vivere il proprio morire.

La constatazione che questo percorso sia specularmente e simmetricamente connesso con le fasi evolutive iniziali, indica che il CICLO DI VITA non è altro che un continuum esperienziale; continuum caratterizzato da alcuni bruschi passaggi di per sé destabilizzanti e drammatici, che costringono la persona a ridefinire continuamente la propria autorappresentazione e il proprio modo di essere nel mondo.

Nella mia esperienza, questo percorso di Consapevole Accettazione del proprio Crescere - Morire, così come descritto, è un percorso possibile. È possibile, cioè, aiutare, favorire e accompagnare la persona gravemente ammalata e/o morente in questo percorso.
In questo percorso non c’è un momento più decisivo dell’altro; decisivo è il continuum. L’obiettivo, quindi, di un lavoro con queste persone, è quello di favo¬rire la fluidità del movimento e la conseguente fluidità della consapevolezza (che non è una “Diminuita Consapevolezza”, quanto una “Nuova Consapevolezza”). Se non c’è fluidità tra questi movimenti, se c’è un blocco in una di queste fasi esperienziali, se non è possibile vivere tutti questi passaggi (Rabbia/Negazione - Contrattazione - Depressione - Silenzio), allora sarà difficile il cammino verso l’Accettazione.

È nella possibilità di poter passare attraverso tutte le fasi descritte e di poter vivere ogni momento, con la conseguente riorganizzazione di sane modalità di contatto, che si dischiude la possibilità del continuum di Crescita/Sviluppo del Sé e la conseguente possibilità di accettare e vivere il proprio morire. Come già detto, non c’è un momento più decisivo dell’altro; certo è che il momento della Diagnosi iniziale e il momento dell’esperire l’inizio della propria Non Autosufficienza, sono i momenti più drammatici e più delicati. Qui il lavoro de¬ve essere più attento.
In questa “lettura” c’è anche spazio per gli studi della psichiatra Elisabeth Kubler Ross che, nella sua lunghissima esperienza di accompagnamento alla morte di persone ammalate di cancro, ha per prima evidenziato e sottolineato in un percorso di quattro fasi (Rabbia/Negazione - Contrattazione - Depressione - Accettazione), la possibilità di aiutare le stesse ad accettare la propria morte.

Fare i conti con la morte dell’altro è possibile nella misura in cui si accetta di fare i conti con la propria angoscia di fronte alla vita e alla morte. Ecco che questo è anche il percorso che è chiamato ad affrontare e ad esperire l’operatore di assistenza e chi (familiari, persone vicine, ecc.. ) lavora e vive a contatto con persone che portano sulle spalle il peso di una malattia inguaribile e mortale quale l’AIDS.

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