Imparare a dirsi addio: il ruolo dell'infermiere nell'accompagnare la persona nella fase finale della vita

Pubblichiamo l'abstract della tesi di Irene Galli, laureatasi in Infermieristica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università degli studi di Firenze.

L’accompagnamento alla morte, è un processo in cui l’operato dell’infermiere è predominante e dove la presa in carico della persona nella fase terminale della vita è rappresentata soprattutto da una continua ed intensa relazione di aiuto.
La scienza, oggi, ha come obiettivo principale e quasi univoco il miglioramento dei processi diagnostico terapeutici (maggiormente indicati come indice qualitativo della vita): questo fatto però, non prende in considerazione che, agendo su questa linea, non si completa il bisogno di salute dei cittadini/utenti, i quali sono colpiti sempre di più da patologie cronico – degenerative.
L’infermiere, nell’arco di tutto il suo percorso professionale, si trova ad affrontare realtà inerenti alla morte ed il morire: il fatto di dover interagire con persone ricoverate con patologie allo stadio terminale, o in situazioni acute di cessazione della vita, richiede una modalità di approccio totalmente diverso.
Questo particolare approccio dovrebbe dare la possibilità a queste persone che si trovano in questo momento della loro vita, di poter affrontare l’”evento morte” nel modo più “umano” possibile e soprattutto, senza solitudine.
Per la maggior parte degli infermieri, il confronto su queste tematiche è molto difficile, questo perchè si sentono inadeguati ad affrontare con competenza, maturità e professionalità questo evento importante che riguarda la vita della persona assistita.
Le cause principali, individuate attraverso un’indagine conoscitiva effettuata da me per la tesi del CdL in Infermieristica nel 2005, sono:
- non avere una preparazione di base necessaria per soddisfare i bisogni richiesti da questa tipologia di paziente,
- la presenza dell’effetto del “controtransfert” che avviene tra infermiere – morente il quale porta il professionista a creare o a delle barriere di difesa che ostacolano la relazione d’aiuto ed il processo assistenziale, o all’inorgenza del burn-out
- avere una base culturale che tende a far “fuggire”, a “non voler vedere” a non “saper affrontare”.
Tali fattori, oltre ad influire sul mancato soddisfacimento dei bisogni della persona nella fase terminale della vita, portano un notevole stress nell’operatore, il quale non è supportato da personale specializzato come lo psicologo: professionista fondamentale sia per il personale sanitario, sia per la persona ricoverata o assistita a livello territoriale.
Un’altra figura, enunciata dai colleghi del Valdarno Aretino sempre attraverso il questionario da me proposto è il Ministro di Culto: figura che può far parte del processo della presa in carico.
Lo studio che si affronta in questa tesi consiste principalmente in una complessa ricerca bibliografica e nella descrizione antropologica sulla modalità di comportamento della società occidentale nei confronti della morte, per poi mettere a fuoco tutti quegli aspetti che riguardano la relazione fra morente ed infermiere e fra infermiere ed i familiari del morente, cercando di raccogliere, nella modalità più completa possibile, il visuto di ciascun “attore” presente in questa difficoltosa relazione che può avvenire sia nel contesto ospedaliero che territoriale.
Questa tesi non ha avuto e non ha tuttora la presunzione di trovare la chiave risolutiva di questo problema che è radicato nella nostra società e nella nostra cultura, ma ha come scopo quello di stimolare la ricerca sull’approccio e la relazione di aiuto alla persona nella fase terminale della vita, sia nei casi di patologia cronica, sia nei casi critici.
Il risultato condotto, nel mio piccolo, da questa indagine conoscitiva, però è chiaro: è necessaria una formazione specifica per affrontare le dinamiche di un’assistenza particolare come quella alla persona nella fase finale della vita. Questa carenza di conoscenze sulla morte ed il morire e la fuga da questo argomento, comporta un difficile ed incompleto svolgimento della professione infermieristica, dove tutte le emozioni derivate durante un coinvolgimento nell’assistenza al morente, si nascondono e rimangono “chiuse in un cassetto”.
Per l’Infermiere, il sentimento di inutilità di fronte alla morte può creare difficoltà, conflitti e veri e propri stress che possono addirittura portare al burn-out.
È ovvio che nessuno si può sentire pronto di fronte alla morte, è umano.
L’obiettivo non è quello di voler creare “Infermieri perfetti”; ma è quello di voler sostenere la formazione sia per gli studenti infermieri che per chi è già Infermiere in modo tale da poter approfondire in maniera più profonda possibile questo argomento.
Parlare della morte, creare corsi che aiutino l’operatore ad esprimere i propri dubbi, le proprie emozioni ed i propri ostacoli interiori, sarà un passo molto importante: la Medicina Narrativa può essere molto di aiuto nell’implementazione di questo progetto formativo, dando quindi la possibilità di raccontare le proprie esperienze e riflessioni, con tutte le difficoltà che l’operatore ha dovuto, potuto e voluto affrontare.
La formazione dovrebbe avere, quindi, l’obiettivo di “aprire” questi cassetti e “sfogliare” le emozioni dell’operatore, in modo da poter riuscire ad acquisire un pensiero critico di fronte alle proprie azioni e pensieri.
Successivamente, sarà altrettanto importante imparare “come” affrontare le problematiche relative all’accompagnamento alla morte.
Quello che si è potuto rilevare attraverso questa mia piccola ricerca è che gli Infermieri hanno la volontà di “imparare a scoprirsi”: il semplice fatto che più della metà hanno compilato il questionario, è molto importante, anche se, certamente non tutti si sono “soffermati” abbastanza.
Altrettanto importante oltre alla formazione è la presenza di un’èquipe multidisciplinare, dove una figura necessaria è quella dello Psicologo. Questo professionista è importante perché riuscirebbe a dare all’Infermiere la possibilità di una “formazione ed introspezione continua”: il fatto di “narrare” ed esternare le proprie emozioni a quel professionista specializzato, comporta una continua elaborazione delle proprie esperienze ed aiuta a vivere meglio quei vissuti.
Per il morente, questa figura potrebbe essere altrettanto importante perché lo aiuterebbe ad affrontare la propria morte con tutte le difficoltà psicologiche. Stessa cosa dicasi per la famiglia: il supporto psicologico prima, durante e dopo il lutto può e dovrebbe essere fatto insieme allo psicologo perché renderebbe l’assistenza più globale ed olistica.
Vivendo in una società multiculturale, si può presentare la necessità di soddisfare i diversi bisogni di spiritualità del morente, la presenza confortante della religione (di tutte le confessioni religiose) risulta essere d’aiuto.
Il soddisfacimento dei bisogni spirituali rende ancora di più l’assistenza globale e personalizzata.
Un altro punto su cui dobbiamo riflettere è il “lavoro di rete”: attraverso questa ricerca si è potuto appurare che nella realtà valdarnese, a livello territoriale, il personale infermieristico si integra solo con il Medico di Medicina Generale; gli altri professionisti sono meno presenti perchè non ci sono i mezzi “concreti” per affrontare le problematiche di una persona con una patologia terminale al proprio domicilio. Sarebbe quindi necessario incentivare l’integrazione degli altri professionisti con l’Infermiere, in modo tale da garantire alla persona nella fase finale della vita ed alla sua famiglia un supporto concreto ed efficace.
Quello che si vuole sottolineare è che certamente la tesi in esame non è la risoluzione di questi problemi: non si ha la presunzione di avere la “chiave” che apre tutte le porte.
Il fatto di poter parlare di questo argomento, di elaborarlo e di poterlo descrivere è stato un traguardo importante, che ha fatto chiarezza nel compilatore di una parte dei suoi dubbi ed ostilità affrontate durante le esperienze sia personali che di studente e poi professionista, riuscendo a rispondere a tante emozioni e comportamenti.
Questo, però non sarà mai abbastanza, ma solo un punto di partenza, anche perché, in questa professione non si smette mai di imparare, di essere e di divenire.
L’importante però, è avere sempre la disponibilità e la volontà di trasformare le proprie esperienze in un qualcosa di costruttivo che arricchisca i proprio bagaglio professionale, per poter affrontare, sempre con “una marcia in più” un’assistenza olistica, globale e personalizzata.

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