Con gli occhi, con la mente: immagine o immaginazione?

ABSTRACT
Attraverso l’analisi di citazioni dirette presenti in opere di finzione (letterarie, televisive, cinematografiche) moderne e contemporanee, si intende favorire una riflessione sull’evoluzione della rappresentazione degli infermieri, partendo dall’assunto che nessun aspetto vada tralasciato quando si affronta il tema della dignità e della attrattività della professione, meno che mai quello della narrazione destinata al pubblico generalista.
Scopo precipuo, quello di validare ancora una volta, l’impatto che la corrente etica delle medical humanities detiene nel complesso dei processi di cura, orientati sempre più verso quell’elevazione culturale che permette di ottenere esiti di cura maggiormente significativi.

L’ABITO E IL MONACO
Lo scintillio negli occhi del piccolo Salvatore, da tutti inteso Totò, protagonista di “Nuovo Cinema Paradiso” (1988), il capolavoro indiscusso di Giuseppe Tornatore, e pietra miliare della cinematografia italiana, è vividamente impresso nella mente di ciascuno di noi. La magia con la quale il fanciullo vive il suo sogno realizzato è analoga a quella dei tanti, fra noi, che hanno coronato il sogno professionale e della vita intera: poter rendere abitate le parole e offrire la propria mano a chi ne ha bisogno, e che riguarda, a titolo differente ma con gli stessi intenti, gli estensori dello scritto che avete fra le mani. La luce che brilla negli occhi è data, palesemente, dal fatto che si è voluto aderire, sin dall’età della spunta dei primi peli della barba, al significato più autentico dell’essere professionista, nel senso più intimo della parola, ovvero quello di professare, quindi per significato etimologico ed epistemologico, realizzare il credere. Credere è operazione complicata, poiché si rischia di venir vedere meno alcune certezze quasi dogmatiche per sé, ma evidentemente, come dimostreremo, non per altri.

Il punto di partenza è sempre l’incontro fra due uomini, il curato e il curante, con i ruoli dai contorni non sempre francamente distinguibili e rispetto ai quali è comunque necessario che, quanto meno l’immagine del curato, sia chiara. “Chi è un uomo? È la somma degli accadimenti che ha vissuto, oppure forse è la somma delle emozioni che questi accadimenti hanno determinato nel suo animo?”.[1]

L’abito fa il monaco? Il vecchio adagio per il quale l’immagine che una persona-professionista offre di sé, possa essere giudicata irrilevante rispetto ai contenuti che questi esprime, lascia perplessi nel momento in cui dalla superficie ci si spinge in profondità. Vien da sé che un bel vedere, privo di contenuti, non è garanzia di sicurezza, ma la qualità che è strettamente connessa alle molteplici facce del cubo sicurezza, impone l’adesione a certuni standard come per l’appunto, quel decoro e immagine professionale che la compagine infermieristica fatica ancora duramente a conquistare, tanto all’interno dell’enclave professionale, quanto all’esterno, e lo dimostra la percezione dai contorni sbiaditi che la società ne rivela.

“Non ho internet e ho un telefonino sempre scarico e spento, che accendo poche ore la sera, prima di tornare alle poesie di Novalis o Goethe che ripeto a sfinimento. Finché un giorno l’età contemporanea ha bussato alla mia porta. Un sms. Non ho mai ricevuto tanti messaggi, al massimo un paio a settimana, qualcuno di passaggio a Milano o Cristina, una paffuta ragazza di Martina che a Milano studia per diventare infermiera e con cui sono andato un paio di volte ai party del giovedì sera.

“Perché si studia per imparare a fare un’iniezione?”.

“Molto più che per rimanere tale e quale”.[2]

Nonostante vi sia profonda confusione nell’immaginario della società circa il ruolo, le competenze e il percorso di studi che le professioni infermieristiche intraprendono, gli scrittori paiono tutti avere, in proposito, idee molto chiare.

“La donna guardò Rocco con occhi severi.

“E poi me la toglie una curiosità? Perché cuochi e inservienti non possono mangiare quello che mangiano i pazienti?”

“Non sono tenuta a rispondere” fece la donna strizzando gli occhi e restò lì ferma, a guardare il vicequestore.

“Embè? Non ha un pappagallo da cambiare? Una padella da sciacquare? Vada, De Cesari Simona, vada…”

"Senza rispondere, offesa, l’infermiera uscì dalla cucina”.[3]

Peraltro, le ultime scelte in questi tempi operate, in base alle quali l’approdo alle professioni sanitarie, potrebbe essere la scialuppa di salvataggio per chi non supera il semestre di accesso vero e proprio al corso di laurea in Medicina, ovviamente aggiunge il carico da undici, a un fardello già consistente. Ecco, quindi, l’immagine e l’immaginario: “La sala d’aspetto dello studio polispecialistico era piena, il che rendeva difficile quantificare l’attesa per il proprio turno di visita. Quattro medici ricevevano a ciclo continuo, mentre un arcigno donnone in camice e copricapo da infermiera, assisa dietro un vetro con l’aria di prendere delle ordinazioni, scoraggiava dal domandare a che punto si fosse”.[4]
Lo stereotipo è conclamato: il demone arcigno, col cappellino (ambulatorio polispecialistico o sala operatoria?), con il compito di smistare le persone: infermiera o usciere? È confezionato il dilemma!

Il fatto è che il termine infermiere, nel racconto evidentemente non esclusivamente giornalistico, include tutti coloro che non sono eletti al rango di medico. Tutti, ma proprio tutti.

Parrebbe quasi necessario poi, per molti scrittori, descrivere una certa corporeità per gli infermieri, sottendendo l’indispensabile requisito della fisicità per svolgere un “mestiere” che richiede braccia possenti e talvolta qualche capacità cognitiva. “L’infermiera Maria, comunque, sembrava esattamente l’infermiera Maria. Grassa e materna, allegra e ciarlona, ciabattava negli zoccoli di gomma e, parlando a voce sempre troppo alta, faceva subito sembrare normale quella situazione orribile”[5]. Se l’immaginario soverchia l’immagine, il problema diviene ancor maggiormente rilevante e genera confusione e fraintendimento, contribuendo in qualche misura a rendere ancor più concreta la scarsa attrattività verso le professioni infermieristiche. Se poi, particolarmente dalla lettura dei molto in voga libri noir, l’atteggiamento utilizzato è dicotomico, le risultanze che ne derivano risultano essere particolarmente deleterie, soprattutto in termini di immagine. Premesso che dalle scene televisive o letterarie americane, emerge la descrizione del paramedic (peraltro né medico e neppure infermiere, ma figura tecnica), anche per i traduttori italiani la scelta della terminologia da utilizzare non è mai stata un arzigogolo, dato l’utilizzo a mani basse del vocabolo “paramedici”. “Quando riapre gli occhi, non sa perché si trova in un letto d’ospedale né come ci è arrivata. Poi piano inizia a ricordare… Un giorno una dottoressa viene a sedersi accanto al suo letto. Le prende una mano e le rivela che si trova lì da quasi sette mesi. Dal giorno in cui l’hanno portata al pronto soccorso e lei era in fin di vita. Lo sconosciuto l’ha affidata ai paramedici, poi è scomparsa”[6]. In quest’ultimo caso, non è neppure descritta una scena di soccorso extraospedaliero, quindi al di là dell’ambientazione, non vi è alcuna esimente per giustificare il fatto che, a distanza di moltissimi anni dall’inizio del processo di professionalizzazione degli infermieri, l’utilizzo di queste parole mantiene vivo e vegeto il paternalismo medico e descrive una visione in cui tutti i professionisti della cura ruotano ancora attorno a un sistema che vede al centro l’unico professionista ritenuto autorevole, con gli altri che fungono da mero supporto esecutivo.

CON GLI OCCHI DEL GRANDE E PICCOLO SCHERMO

Non di solo carta vive la rappresentazione mediatica degli infermieri - e soprattutto delle infermiere - nel corso degli anni. Il cinema e la televisione hanno attinto a piene mani dal mondo sanitario per connotare - positivamente o negativamente - una serie di personaggi passati alla storia. Personalità talvolta così forti da far quasi dimenticare la professione che svolgevano.

La co-protagonista del celebre “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (1975), insieme all’immenso Jack Nicholson, era l’infermiera Mildred Ratched, figura che incarna il concetto di autorità rigida e disumanizzante. Un personaggio che recentemente ha vissuto di vita propria grazie alla serie tv Netflix intitolata appunto “Ratched”[7] , che racconta le origini di Mildred, un’infermiera che nel 1947 arriva nella California del Nord con la speranza di poter lavorare in un prestigioso ospedale psichiatrico dove si svolgono esperimenti nuovi (e inquietanti) sulla mente umana. Agli antipodi di questa rappresentazione algida, la saga animati simbolo degli anni Ottanta di “Candy Candy”, un’orfana che diventa infermiera a Chicago durante la Guerra, personaggio forte e determinato, che affronta numerose sfide personali e professionali con coraggio e resilienza. Una serie che ha avuto un grande impatto culturale e che ha contribuito a formare l’immagine degli infermieri per molte persone e che ha ispirato a molti giovani a considerare la professione come scelta di vita. Stessi anni – sembra incredibile ma è così – in cui, tra la perfida Mildred e l’amorevole Candy, in Italia si staglia lo stereotipo dell’infermiera sexy, portato in auge dal filone delle commedie pecorecce, realizzate a basso costo, con un canovaccio sempre simile a sé stesso, con la macchina da presa che spiava dal buco della serratura di ospedali e caserme. A “L’infermiera” del 1975, fecero presto eco “La clinica dell’amore” (1976), “L’infermiera di notte” (1978), “L’infermiera nella corsia dei militari” (1979).

Nulla di strano, dunque, se agli albori degli anni Novanta, Antonio Ricci, s’inventa l’infermiera-sexy Angela Cavagna per allietare le edizioni di Striscia la notizia, ben prima del fenomeno-veline. Al punto che, un paio di anni dopo, era il 1993, sembrò quasi una inaspettata inversione di tendenza la casta e pudica infermiera Susanna Calabrò di “Amico mio”, interpretata da una giovanissima Claudia Pandolfi, seppur del tutto ancillare rispetto ai medici-professori-so-tutto-io (compreso un esordiente specializzando Pierfrancesco Favino) della gettonatissima serie Rai. Già, perché l’altro punto debole della rappresentazione delle professioni infermieristiche al cinema e in tv è proprio lo status assegnato a queste figure. Una simpatica e ammiccante “carta da parati”, nemmeno troppo funzionale allo sviluppo della trama, o un ruolo da protagonista, in grado di determinare i destini della storia raccontata?

Oltreoceano, non passò molto tempo prima di rompere gli indugi, da questo punto di vista. La fortunata serie “Nurse Jackie – Terapia d’urto”, che segue le vicende di Jackie Peyton, un’infermiera del pronto soccorso di New Jork, alle prese con problemi personali e professionali, risale al 2003. “Nurses – Nel cuore dell’emergenza”, medical drama che racconta le vite di cinque nuovi infermieri in un immaginario ospedale di Toronto, è del 2020. Nel mezzo, una lunga serie di produzioni, che hanno assegnato ai personaggi infermieri un numero sempre maggiore di battute e di spazi narrativi. Sia che lo sguardo venga volto al passato (come nel caso del film “Il prodigio”, dove un’infermiera di guerra inglese viene inviata a fine Ottocento delle Midlands irlandesi a sorvegliare una bambina che non mangia da quattro mesi), sia alla stretta attualità (come avvenuto per la serie “The good nurse”[8] , che porta in scena la storia di Charles Cullen, infermiera in diversi ospedali americani, colpevole della morte di circa 40 pazienti senza mai toccare, manomettendo le loro flebo. Smascherata tra l’altro, proprio da una collega infermiera). Questo, mentre in Francia, nel 2018, un pluripremiato documentario di Nicholas Philibert seguiva le vicende dell’Institut de Formation en Soins Infirmiers, dei primi apprendimenti teorico-pratici fino al confronto diretto con la malattia e il dolore. Sarà poi la drammatica esperienza della pandemia da Covid[9] a riequilibrare definitivamente, e globalmente, la narrazione del filone medical in favore delle professioni infermieristiche, le più coinvolte nella gestione delle persone assistite in terapia intensiva, le più colpite esse stesse da contagi e morti, le più vicine a parenti e caregiver dei malati.

Nulla di nuovo sotto il sole, per chi già conosceva il valore (e i valori) degli infermieri di tutto il mondo, ma un elemento di sostanziale novità per gli sceneggiatori di film e serie tv. In Italia bisognerà tuttavia attendere il 2022 per vedere approdare in prima serata Rai una fiction come “Lea”[10] con protagonista Anna Valle nei panni di una infermiera pediatrica. Nonostante alcune critiche riguardanti stereotipi e inesattezze, la serie offre uno sguardo umano e empatico sul ruolo degli infermieri in ambito sanitario e sociale.

Per completare questa carrellata tele-cinematografica, non si possono tacere le narrazioni antitetiche finite sul grande schermo nelle ultime due estati.

Nell’agosto del 2024, la comunità infermieristica italiana ha dovuto fare i conti con una commedia nera come “La scommessa - Una notte in corsia”, presentato in anteprima addirittura all’edizione numero 81 della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Due infermieri cinici e annoiati, interpretati da due attori di qualità come Carlo Buccirosso e Lino Musella, rompono la monotonia degli interminabili turni notturni scommettendo sulla resistenza di un anziano paziente. Non il massimo, dal punto di vista deontologico. Ma c’è da dire che si trattava di un film totalmente sopra le righe, così esagerato e gridato in ogni sequenza, da giustificare anche il comportamento inverosimile dei protagonisti. Un’opera, del resto, uscita poi in sordina in poche sale italiane e attualmente spiaggiata su una piattaforma di un operatore di telefonia.[11]

Di tutt’altro spessore, esattamente un anno dopo, arriva sui grandi schermi di tutto il mondo una riflessione cinematografica molto solida e realistica sull’essere infermieri in una società occidentale sempre più anziana, patologica, assediata da malesseri fisici e morali.
“Il problema non è la nostra professione, sono le circostanze” è il titolo del saggio-romanzo della giovane infermiera tedesca Madeline Calvelage[12] da cui prende le mosse il film “L’ultimo turno”, di Petra Volpe, unico caso di lungometraggio autoriale interamente dedicato alla professione infermieristica, dal primo all’ultimo fotogramma.
È un film girato a Zurigo, con un cast e una produzione svizzero-tedesca.
Non si può prescindere però dall’ambientazione elvetica. Quegli ospedali pulitissimi, silenziosi, ordinati, ipertecnologici vengono spesso descritti come “La Mecca” per gli infermieri di tutta Europa, per via di una migliore organizzazione del lavoro e per gli stipendi dal valore doppio rispetto alla media, ad esempio, italiana.
Circostanze favorevoli, che non leniscono le sofferenze di una professione. E l’incedere documentaristico del film descrive benissimo le dinamiche, interne ed esterne, di un duro turno di lavoro notturno. E stavolta non c’è spazio per scommesse, scherzi o sculettamenti.
Terminale di tutto e di tutti, l’infermiera Floria, interpretata dall’attrice tedesca Leonie Benesch, preparatissima e credibilissima, come lo era stata da docente nel pluripremiato “La sala professori”.
Arrivati ai titoli di coda, l’empatia del pubblico è sicuramente tutta dalla sua parte, malgrado la sua corsa continua contro il tempo le faccia commettere anche dei gravi errori.
Ma non si empatizza con gli infermieri per pietà, per compassione, per atteggiamento caritatevole.
Le frasi e i dati che la regista porta in evidenza dopo l’ultima struggente inquadratura non lasciano spazio a dubbi: il problema degli infermieri è il problema di una intera collettività.
Si parla di Svizzera, ma con il chiaro intento di suonare un campanello d’allarme per tutti i Paesi in cui il film sarà distribuito.
Una piccola storia che contiene un enorme interrogativo posto a ciascuno di noi: è giusto che le professioni di cura siano così poco raccontate e valorizzate, in un mondo che avrà sempre più bisogno di loro?

QUESTA O QUELLA PER ME PARI SONO …

Contrariamente all’alternanza nello scorrere del tempo tra cinema e televisione, che mostra come per l’appunto evidenziato, punte di innovazioni, la descrizione letteraria che è facile rinvenire dalla lettura di noir, classici ovvero i molto in voga romance è sostanzialmente immutata nel tempo, con la tendenza a presentare nel caso anglofono (esempio canonico le intramontabili serie Harmony), una figura femminile che sebbene ambisca in gran parte dei casi il far combaciare l’affermazione in società e la stabilità economica, nel matrimonio con un medico, sia dotata di una certa autorevolezza e professionalità. Di contro, anche quando scritti al tempo, ma con ambientazioni d’epoca, presentano quasi tutti le stesse connotazioni: l’infermiera è sempre una suora o anima devota, che ha quale unica ambizione il sollievo della sofferenza e l’obbedienza al medico. La formazione negli anni Cinquanta e Sessanta è ritenuta un orpello: “Nel giro di qualche settimana si sarebbe diplomata “senza muovere un dito”, parola di Louis. Che optasse per la letteratura o per l’arte, era destinata a diventare maestra. Per le ragazze, insieme all’infermiera era la scelta migliore”.[13] Già, la scelta migliore, quella che permetteva la realizzazione plastica del paternalismo medico. L’uomo-padre-medico, sottomette alla sua decisione l’uomo-donna(snaturato)-figlio-paziente, lasciando ch’egli/ella sia convinto della bontà di ciascuna azione, grazie alla donna-madre-infermiera, posta nella condizione di subalternità, in casa dal marito e in ospedale dal medico. La letteratura disponibile su queste argomentazioni non è particolarmente copiosa, ma invero significativa.[14]

Parrebbe si stia discettando su tempi tramontati, se non fosse che il paternalismo medico è tutt’altro che scomparso dalle organizzazioni sanitarie e più in generale della salute. La forza che deriva dall’immaginario sociale ha un impatto notevole nel sostenere il cliché dell’epoca che ha prodotto i cosiddetti boomer. La riprova: il sogno dell’italiano medio, il figlio medico. La già citata abolizione del numero chiuso per l’accesso alle Scuole di Medicina provocherà quale effetto deleterio quello di produrre gravi delusioni in chi non supererà gli step previsti e il conseguente riversarsi vero le altre professioni sanitarie con lo scopo di alimentare ulteriori sacche di frustrazione. Pioveranno altri colpi a danno dell’immagine infermieristica? Beh, se tanto mi dà tanto: “La lettiga, spinta da due infermieri, fa il suo ingresso nella stanza. Sopra c’è Luciano. Indossa un camice rosa, al braccio ha una flebo … I due portantini con una mossa abile lo spostano sul letto e gli tirano sul il lenzuolo. Tra poco viene il dottoreeì”.[15]

Infermieri, portantini, cos’altro? Ma certo, il sogno proibito già descritto nella parte dedicata a cinema e tv: “Capito, dice Carlo che non ha capito niente. Quando è nudo sotto un accappatoio in una stanzetta a due lettini, la musica diffusa – una schifezza per sauna, tipo i Beatles per arpa e corno scozzese – entra una ragazza. Giovane, orientale, vestita con un camice da infermiera. Lo fa sdraiare, si unge le mani con un olio profumato, comincia dalla schiena, gli parla piano, si chiama Stella”.[16]

Volendo condurre la mente al punto, l’operazione da compiersi non è di quelle particolarmente complesse: mentre il mondo intero discetta sull’impatto che l’intelligenza artificiale sta avendo e con sempre maggior forza avrà nel prossimo futuro, nei confronti dell’evoluzione e della stessa esistenza in vita di moltissime occupazioni e professioni, all’interno di queste ultime spesso si continua a navigare a vista. Anche in questo caso, la letteratura ci può aiutare a capire: “Volete sapere una cosa che mi fa paura? Essere un vecchio ricoverato in ospedale e ritrovarsi circondato da infermiere non conosciute che mi chiamano Anthony, o peggio ancora Tony. È l’ora della tua punturina Tony. Su Tony, da bravo, un’altra cucchiaiata. L’hai fatta tutta Tony?. Certo, quando succederà, l’eccesso di confidenza del personale ospedaliero sarà sceso parecchio nell’elenco delle mie angosce, ma non è questo il punto”.[17]

Ecco descritta l’altra faccia della medaglia: gli infermieri, nella letteratura quasi sempre figure tozze, sgraziate, cafoni e poco acculturati, a differenza delle sirene televisive e cinematografiche, inquadrati come factotum anche grazie alla molto parziale parvenza di identità che la professione coltiva ancora con pervicacia al suo interno. Dall’analisi di pochissimi brevi stralci si è potuto comprendere come tra i definiti paramedici, guardiani, uscieri, figure simil losche e ruoli consimili, la descrizione è molto variopinta e quasi mai positiva. Ma quest’ultimo spunto tratto da McEwan rovescia il tavolino e se letto attentamente, può condurre ad autentica riflessione. Gli infermieri sono sminuiti e non di rado sminuiscono. Ridurre la persona assistita a paziente, mantenendola in quello stato di presunta minorità causata dalla malattia, descritta dal Codice Deontologico del 1960 - da leggersi attentamente con la prescrizione dell’utilizzo delle lenti di quel tempo - tramuta un uomo/donna in un bambino/a che deve adeguarsi a volontà altrui. Tutto ciò vanifica completamente lo sforzo compiuto con tutte quelle abilità tecniche, al cui adempimento, moltissimi appartenenti alla compagine infermieristica si sentono esclusivamente vocati.

FORMA E FORMAZIONE

E allora che fare?

Ogni volta che entrava nella sua camera, dove vegliava un inserviente delle terme, una donna addetta alle docce ora promossa infermiera, chiedeva di essere coperta, sugli indumenti di lana e sulle camicie di flanella, da una liseuse, quella color malva o l’altra nocciola e crema, che le davano l’aria di essersi coricata in abito da cena”. [18]

Per sgombrare il campo da tutte queste affermazioni, che, se è vero che sono contenute in scritti di fiction, altro non fanno che rafforzare un immaginario errato, è necessario predisporre una vera e propria contraerea.

Cos’abbiamo a disposizione? Lettura, studio e formazione!

Lo sviluppo di quella fantastica corrente dell’etica rappresentata dalle medical humanities permetterà di rinforzare considerevolmente l’arsenale delle non technical skill giungendo a non far sorgere mai, neppure lontanamente, il dubbio che la professione infermieristica, antica di secoli, possa essere mai vicariata da un’intelligenza artificiale e sia raccontata e rappresentata per quella che è la sua veritiera immagine. Se quanto ipotizzato da Alan Turing negli anni Cinquanta del secolo scorso, circa la capacità futuristica delle macchine di sviluppare una forma autonoma di pensiero, si rende ogni giorno che passa maggiormente concreta, è bene puntualizzare il fatto che mai questa potrà raccogliere un fazzoletto di lacrime a cui conferire il giusto senso e significato.

È inoltre un obiettivo ormai dichiarato, da parte della Federazione nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche, agganciare in modo sistematico e continuativo sempre più case di produzione, autori, scrittori, intellettuali, ossia il motore dell’immaginario collettivo contemporaneo. Se la sfida è quella di cambiare la narrazione/percezione delle professioni infermieristiche nella società, meglio andare direttamente alla fonte, anziché intervenire sempre a valle, a latte oramai versato.

Si tratta di un lavoro sottotraccia, che drena molte energie e restituisce poche soddisfazioni nell’immediato, ma a ben vedere qualcosa si muove, e sono i fatti che lo dimostrano. Basti osservare il cambio di passo tra la prima e la seconda serie della serie di successo “Tutto chiede salvezza”[19] : il rozzo infermiere di salute mentale interpretato da Ricky Memphis è dapprima odiato dal protagonista, che però poi nelle puntate successive sceglie proprio di diventare lui stesso infermiere, invertendo totalmente il percepito della professione.
Ci sono poi fiction che vanno in onda tutti i giorni, come la soap opera “Un posto al sole”, che rappresenta medici e infermieri con una certa frequenza e con il continuo rischio di scivolare sulla buccia di banana di termini poco felici o eleganti, del tipo “Cosa volete da me, sono una semplice infermiera!” o “Ma come è possibile che sulle ambulanze non ci sia un medico!”. In questi casi, il colloquio della rappresentanza ordinistica con i numerosi autori e attori della serie deve essere continuo, credibile, leale.
E non è un caso se all’ultimo Congresso nazionale della FNOPI, la lettura del novellato Codice Deontologico[20] sia stata affidata proprio a un attore di “Un posto al sole”. Sempre al Congresso di Rimini del 2025, l’apertura della giornata centrale dei lavori è stata poi contrassegnata da una magistrale lezione sulla gentilezza da parte dello scrittore, ex magistrato, Gianrico Carofiglio.
O che uno dei più noti giornalisti italiani, Aldo Cazzullo, abbia incluso nella sua raccolta “I grandi italiani”, in evidenza quasi tutti i giorni sul sito del Corriere della Sera, la figura di Florence Nightingale, madre dell’Infermieristica moderna e italiana di adozione[21].
I giornalisti, già. Altro capitolo decisivo da aggiungere in uno scritto come questo che ha la presunzione di riepilogare “le regole del gioco” da seguire quando si raccontano al grande pubblico le professioni infermieristiche. Non è questa la sede per aprire una ulteriore digressione; resta il fatto che, come diceva bene il Michele Apicella di Nanni Moretti, “Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”[22] .

E anche su questo versante, è costante l’impegno della Federazione Infermieri nel partecipare a iniziative o promuovere in prima persona corsi di aggiornamento per giornalisti e comunicatori, al fine di chiarire meglio tutta la complessa terminologia che ruota attorno alle professioni di cura in Italia[23]. Alcune locuzioni, oltre che vetuste, appaiono ormai anche denigratorie e vanno quindi evitate: il medico della mutua, la caposala, l’infermiere professionale, l’ausiliare, il paramedico…
Il futuro delle narrazioni sanitarie dipenderà anche da queste piccole grandi accortezze.

Silvestro GIANNANTONIO, giornalista, responsabile della comunicazione della Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche
Pio LATTARULO, infermiere, insegna etica e deontologia professionale nella Scuola di Giurisprudenza dell’Alma Mater Studiorum di Bologna e nella Scuola di Medicina dell’Università degli Studi di Bari

Note:
[1] Griffi G.M. Ferrovie del Messico. Milano: Laurana, 2022.
[2] Desiati M. È proibito amare. Milano: RCS – Corriere della Sera, 2011
[3] Manzini A. Killing food in Cucina in giallo. Palermo: Sellerio, 2023.
[4] De Giovanni M. Angeli per i bastardi di Pizzofalcone. Milano: Einaudi, 2021.
[5] De Giovanni M. Gli occhi di Sara. Milano: Einaudi, 2021.
[6] Carrisi, D. La casa dei silenzi. Milano: Longanesi, 2024.
[7] https://www.netflix.com/it/title/80213445
[8] https://www.netflix.com/it/title/81260083
[9] Sulla rappresentazione mediatica delle professioni infermieristiche durante la pandemia, si veda anche: https://www.dimensioneinfermiere.it/la-rappresentazione-mediatica-della-...
[10] https://www.raiplay.it/programmi/lea
[11] https://www.timvision.it/cinema/la-scommessa-una-notte-in-corsia/h/90601...
[12] Il libro, edito nel 2020 daTredition Gmbh, non è stato ancora tradotto e pubblicato in Italia (n.d.a.)
[13] Lemaitre, P. Il gran mondo. Milano: Mondadori, 2022.
[14] Lamboglia, E. (1999). “Lo sviluppo storico e sociale della conoscenza infermieristica in Italia”, Nursing Oggi, 1, pp. 20-28.
[15] Ammaniti N. La vita intima. Torino: Einaudi, 2023.
[16] Robecchi A. Una piccola questione di cuore. Palermo: Sellerio, 2023.
[17] Barnes, J. Il senso di una fine. Torino: Einaudi, 2012
[18] Colette. Camera d’albergo. Bagno a Ripoli (FI): Passigli, 1940, 2008.
[19] https://www.netflix.com/it/title/81428383 tratto dall’omonimo libro romanzo di Daniele Mencarelli (Mondadori, 2020)
[20] https://www.fnopi.it/wp-content/uploads/2025/03/FNOPI_CodiceDeontol2025_...
[21] https://www.corriere.it/le-serie-del-corriere/i-grandi-italiani/florence...
[22] In Palombella rossa. Un film del 1989 scritto, diretto e interpretato da Nanni Moretti
[23] Su questo tema, “Alle radici del demansionamento dei professionisti sanitari” https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?artico...

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