l Tecnico della Prevenzione in Sardegna dall’istituzione dei corsi di laurea… La mia esperienza come studente universitario tra il 2023/2025

Autore tesi: 
Franco Dettori
Anno accademico: 
2024/2025

Premessa
Attraverso questo lavoro desidero porre l’attenzione sulla mia figura professionale, quella del Tecnico della Prevenzione nell’Ambiente e nei Luoghi di Lavoro, con particolare riferimento al percorso di formazione universitaria in Sardegna, formazione non presente nella nostra isola prima del 2006. Nell’ambito della descrizione dell’evoluzione del percorso formativo del Tecnico della Prevenzione, ho voluto altresì dedicare un ulteriore capitolo che descrivesse e rendesse conto dell’esperienza universitaria vissuta in qualità di studente (forse, un po' attempato) presso l’Università degli Studi di Cagliari negli ultimi due anni (2023/25), frequentando il Corso di Laurea Magistrale nell’Area della Prevenzione. A questa specifica parte del mio lavoro di tesi, grazie anche al supporto della Prof.ssa Carmen Bilotta, ho scelto di dare un taglio antropologico basato soprattutto sulla auto etnografia, un metodo di ricerca qualitativa che studia la cultura attraverso l'analisi di esperienze personali, quindi vissute in prima persona. Per la verità, ho strutturato gran parte della tesi sulle mie esperienze di vita, sulle mie emozioni e sul mio vissuto. A tal proposito ritengo doveroso precisare come, nella stesura del lavoro, sono stato guidato da quanto citato da Luigi Gariglio in Autoetnografia – Un metodo di ricerca fra scienze sociali, arte e letteratura, testo in cui l’autore fin dalle prime pagine espone il concetto antropologico di tribù. Proprio partendo da questa nozione ho fatto un parallelismo con la mia esperienza, ed è dunque, nell’ambito di una tribù o clan che il lettore si troverà immerso nel momento in cui si accosterà alle mie narrazioni. La tribù di cui tratterò è quella degli ex vigili sanitari nella prima parte e quella di una classe composita e variegata di studenti nella seconda parte. Riportare per iscritto quanto vissuto durante il mio percorso, da studente e non, ha comportato l’impossibilità di farlo in uno stato di totale distacco o anestesia emotiva. Sulla scia di quanto affermato dallo stesso Gariglio, il qualche asserisce come: “l’autoetnografia è una narrazione di un fenomeno sociale fatta a partire da una narrazione di sé”, ho, perciò, narrato di me riportando le mie emozioni e le modalità attraverso le quali la mia persona interiore ha vissuto, introiettato e incorporato le due esperienze, certamente diverse tra la loro ma accumunate dal desiderio (non di rado irruente) di “esserci”. Quanto presentato in questo lavoro altro non è che i ricordi di un vissuto lontano e più recente. L’attività mnemonica per ora evidentemente ancora vivace, la capacità e il piacere di ricordare, mi hanno permesso di mettere nero su bianco quanto di seguito riporto. Va da sé che i ricordi si sono palesati più indelebili per certi fatti da cui ancora oggi scaturiscono reminiscenze capaci di generare emozioni di piacere e non. Piacere inteso come emozione di gioia derivante da ciò che si è vissuto. Non meno rilevanti sono, tuttavia, da considerarsi le emozioni di dispiacere e delusione provate durante il mio percorso; vero è che nell’ambito della vita di gruppo o tribù, come siamo soliti dire, “non può essere sempre tutto rose e fiori”, dal momento che può manifestarsi anche l’altra faccia della medaglia: criticità, momenti di tensione, incertezza, dispiacere, insoddisfazione, ma come ci insegnano anche dolori se ben gestiti ed elaborati, sono importanti.

Introduzione
Arborea aprile maggio 2006, Hotel Le Torri: dove tutto ha inizio. L’associazione di categoria dei tecnici della prevenzione l'U.N.P.I.S.I (Unione Nazionale Personale Ispettivo Sanitario d'Italia che nasce ad Aosta il 10 dicembre 1964, al tempo non erano ancora stati istituti gli ordini professionali, passeranno infatti altri 12 anni prima della legge istitutiva n° 3 del 11/01/2018), organizza un convegno sulla nostra figura professionale, istituita con il D.M. 58/97, incentrato in particolare sulle funzioni di Ufficiale di Polizia Giudiziaria. Il Tecnico della Prevenzione, sebbene sia stato formalmente istituito con il DM. 58/97, ha origini molto meno recenti; tale figura, infatti, veniva già citata nel lontano 1890 con il R.D. n° 7042 del 6 luglio 1890 di cui dirò in seguito. Durante questo evento, che ha visto la partecipazione di oltre 100 TdP di tutta la Sardegna, uno spaurito e impaurito gruppo di colleghi di Sassari e Cagliari “scopre” che nel resto d’Italia per accedere al nostro ruolo professionale è necessario (come per altre figure professionali sanitarie) il possesso della laurea. “Oddio! Che cosa è questa novità?” Questa la nostra prima reazione, noi che eravamo ancora fermi al nostro concorso di assunzione nella vecchia USL, quello del lontano 1993, dove per svolgere la professione si richiedeva il possesso di un diploma tecnico. A questo punto, penso e pensiamo: “in Sardegna non abbiamo il corso di laurea”. Che fare? Con i colleghi proviamo, dunque, a capire meglio il “meccanismo”. Attraverso canali e conoscenze dirette e indirette, prendiamo contatti con i due atenei sardi. Nel giugno 2006, per il tramite del compianto amico e docente universitario Pietro Luciano, a cui ancor oggi va la mia infinita riconoscenza, riesco e riusciamo a contattare il Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Sassari il Prof. Alessandro Maida. Con i colleghi sassaresi (siamo quattro in tutto) incontriamo il Rettore negli uffici rettorali. Dopo un primo momento di imbarazzo dinnanzi a quella che nel nostro immaginario è una personalità dall’alto profilo istituzionale, incertezza, scarsa o nulla conoscenza delle dinamiche universitarie, troviamo il coraggio di esporre il nostro “caso”: vorremmo e chiediamo che a Sassari sia istituito il corso di laurea in Tecniche della Prevenzione negli Ambienti e nei Luoghi di Lavoro. Credo che nella vita ci siano dei momenti fortuiti. Uno di questi è stato, sempre grazie al compianto fraterno amico Pieruccio Luciano, proprio l’incontro con il prof. Maida che oltre ad accogliere entusiasticamente la nostra proposta, ci confida che lui stesso aveva previsto il corso ma che nessuno ne avesse richiestol’attivazione. Mi adopero, quindi, predisponendo e sottoscrivendo la richiesta in tal senso; protocollo l’istanza; nel frattempo si susseguono nuovi e ulteriori colloqui con professori dell’Istituto di Igiene di Sassari, tutti passi che portano alla riuscita dell’intento e la Sardegna presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Sassari attiva il primo corso di laurea in Tecniche della Prevenzione nell’Ambiente e nei Luoghi di Lavoro. Purtroppo, dopo pochi anni, anche a causa della miopia di alcuni docenti universitari il progetto non ha seguito e solo presso l’Università degli Studi di Cagliari resta attivo il corso di laurea per i TPALL. Proprio l’Ateneo Cagliaritano che lo aveva istituito un anno dopo Sassari. Per onestà intellettuale devo precisare che con “i colleghi più anziani” di Cagliari abbiamo provato a far capire alle due Università che stabilire l’alternanza del corso, da svolgere un anno a Sassari ed un anno a Cagliari, avrebbe e sarebbe anche ora stato utile per i giovani che volevano e vogliono intraprendere questa professione, dando l’opportunità a tutti i ragazzi dell’isola di poterlo frequentare, evitando o almeno abbattendo (per i non residenti nei due capoluoghi) i costi eccessivi che avrebbero finito col gravare sulle famiglie. Nelle due Università sarde, tra i tanti e svariati eventi organizzati nel corso del tempo, sempre come Associazione di Categoria, nell’anno 2013 abbiamo provato a fare dialogare i due presidenti del corso di laurea, su un percorso comune con interventi da parte di colleghi/e che hanno illustrato le potenzialità della nostra attività lavorativa, facendo sì che il percorso didattico fosse più professionalizzante. Per farci supportare avevamo chiesto ed ottenuto il contributo espositivo da parte di alcuni colleghi che da anni erano operativi all’interno del sistema universitario di Firenze. Firenze che con il suo CdL in Tecniche della Prevenzione ritenevamo e ancora riteniamo avere una visione a 360° della nostra professione; il 50% delle docenze sono in capo a colleghi/e che insegnano la pratica professionale e coordinano i tirocini, una vera e propria palestra di vita e insegnamento utile allo svolgimento della nostra professione sia in ambito pubblico e privato. Nonostante l’impegno e gli sforzi messi in campo da parte di tutti, tuttavia, non siamo riusciti nell’intento e attualmente solo giovani del sud Sardegna frequentano il corso, quasi nessuno arriva, invece, dal nord Sardegna. Nell’anno accademico 2007/08 la Sardegna ha i suoi primi studenti immatricolati nel
Corso di Laurea in Tecniche della Prevenzione nell’Ambiente e nei Luoghi di Lavoro presso l’Università degli Studi di Sassari. Abbiamo seguito con grande passione gli studenti e futuri colleghi nel loro percorso di studio, fornendo loro il supporto
necessario nei tirocini tecnico-pratici e mettendo a loro disposizione il nostro know-how. Mentre le giovani leve si affacciavano a questa professione alcuni tra noi cosiddetti “vecchi TdP o Vigili Sanitari”, compreso il sottoscritto, hanno iniziato un percorso formativo universitario per acquisire maggiori competenze ed essere al passo con la professione. Nello specifico frequentiamo un Master Universitario di Management istituito solo ed esclusivamente per Tecnici della Prevenzione presso l’Università degli Studi di Sassari (unico master in Italia e mai più attivato). Alla fine dell’anno 2008 l’Università degli Studi di Firenze ci offre la possibilità (riconoscendo alcuni C.F.U. per la pregressa carriera lavorativa), di poter acquisire il titolo accademico di dottore/dottoressa in Tecniche della Prevenzione nell’Ambiente e nei Luoghi di Lavoro. Oltre 70 TdP ex Vigili Sanitari e/o Ispettori d’Igiene di tutta la Sardegna partecipano a questa “avventura”, e nell’anno accademico 2010/2011 ci laureiamo. Riuscire nell’intento di coinvolgere un gran numero di colleghi e colleghe provenienti da diverse aree dell’isola è stata un’esperienza di grande impatto sotto il profilo professionale e umano e perciò emotivamente gratificante. Ricordo ancora i vari incontri avuti in diverse località della Sardegna, (Sanluri, Oristano, Olbia, Nuoro, per citare le principali) in cui ho avuto modo di incontrare i colleghi con l’intento dichiarato di persuaderli e convincerli a partecipare al percorso formativo offertoci dall’Università degli Studi di Firenze. Abbiamo così sostenuto gli esami mancanti, ci siamo immatricolatie, infine, discusso le tesi e conseguito la tanto ambita laurea. Di quel periodo conservo il ricordo del supporto che io stesso fornii ai vari colleghi e colleghe facendo da tramite con gli organizzatori del corso di laurea. Difficile dimenticare come a quel tempo, viaggiare su Pisa e raggiungere la sede di Empoli e Firenze con i voli low cost della compagnia aerea Ryanair avesse dei costi decisamente più abbordabili di ora. Non so quante volte mi sarò collegato al sito della compagnia verso le due/tre di notte per riuscire ad acquistarei biglietti di A/R anche a 5 euro. Alcuni, tra coloro, che al tempo dei fatti di cui do conto oggi, non aderirono al progetto ne hanno a lungo rimpianto l’opportunità persa. Una grande fatica, è innegabile, eppur sempre ripagata dalla voglia di fare ed esserci. Ho concluso il mio percorso di studi presso l’Università di Firenze, nella sede distaccata di Empoli, il 25 novembre 2010, con la discussione della tesi: “Essere tecnico della Prevenzione su un’isola…”. Tesi sviluppata grazie al prezioso supporto dell’amico antropologo Prof. Gianluca Favero.

La mia esperienza come studente universitario nell’a.a. 2023/2025
Nell’accingermi alla narrazione auto-etnografica di questo capitolo della tesi ho preso spunto dalla tesi del collega Paolo Roli. Tesi dal titolo: La Tribù della Prevenzione-Comportamento sociale degli studenti del corso di laurea specialistica in - Scienze delle Professioni Sanitarie della Prevenzione Università degli Studi di Firenze - Biennio accademico 2006-2007 – Elaborato di cui relatore fu il mio caro amico professore Gianluca Favero.

Le lezioni
Lo studente universitario è un essere sociale complesso, che alterna fasi di sonno REM in aula a picchi di ansia da sessione, e che può essere osservato nel suo habitat con interesse scientifico.

Gli esami
Quante volte ci siamo sentiti dire, e abbiamo ripetuto quasi come un mantra: “gli esami non finiscono mai”? È una frase che si impara presto, fin dall’adolescenza, e che poi si porta addosso come un’amara verità adulta. Ma tornare all’Università da studente attempato le conferisce un sapore nuovo, certamente più denso. Gli esami, per me, non sono mai stati solo prove da superare, ma veri e propri riti di passaggio, momenti carichi di significati personali, culturali e simbolici.

La condivisone tra le lezioni e la pausa pranzo
Negli intervalli tra le lezioni del mattino e quelle del pomeriggio, il bisogno primario di alimentarci si faceva sentire con forza. Ma più che un'esigenza fisiologica, quella pausa si trasformava spesso in un rituale collettivo, in una parentesi di umanità dentro la frenesia della vita universitaria.

Cinquanta sfumature di Piani di Prevenzione
I libri “scandalo” di E. L. James, da cui successivamente sono state trattele omonime pellicole cinematografiche, mi sono stati di ispirazione (va da sé, non certamente in chiave erotica, giova evidentemente precisarlo) nella stesura di questo capitolo relativo ai Piani di Prevenzione che i vari docenti ci hanno propinato. Piano che con tutti i suoi argomenti sono fondamentali per noi Professionisti Sanitari della Prevenzione (Tecnici della Prevenzione ed Assistenti Sanitari).

L’approccio olistico
Sembrava quasi un ritornello “l’approccio olistico”. La stragrande maggioranza dei docenti nelle loro lezioni ci hanno sempre ripetuto che, visto il percorso di studi che seguivamo era ed è per futuri dirigenti, era necessario pervenire ad una visione che fosse la più ampia possibile dell’argomento trattato e ad avere un approccio olistico.

I vari commenti della chat
Come precedentemente detto la comunicazione tra noi dell’Area della Prevenzione, tra il primo ed il secondo anno accademico, è avvenuta perlopiù sulla chat whatsapp, oltre che sulla chat personale di noi studenti Sassaresi (io, Maria Grazia e Vannina, la chat: Le Matricole). Anche alcuni lavori di gruppi si sono articolati sulle chat. Va ricordato che noi studenti e studentesse provenivamo da varie località della Sardegna, oltre il caro collega Palestinese (orami naturalizzato sardo). Siamo in tal senso tutti debitori verso la tecnologica informatica e le comunicazioni su smartphone che ci hanno permesso di essere aggiornati su tutto tra noi tempestivamente e, di conseguenza, poter studiare. Chat attiva 24 ore su 24 dove alcune volte i messaggi venivano scritti nelle ore più impensate. Tra le tante discussioni serie e gli scambi di materiali nella nostra chat di gruppo, evidentemente molti e vari sono stati i momenti di ilarità collettiva, che sono riusciti nell’intento di alleggerire la pressione e aumentare la coesione e la solidarietà tra noi.

Due anni non semplici
Devo dire con sincerità che non sono stati due anni semplici. Dietro ogni giornata di lezione, ogni tirocinio, ogni elaborato consegnato in ritardo o all’ultimo minuto, c’erano ore di stanchezza accumulata, corse contro il tempo, incastri apparentemente impossibili tra turni di lavoro, impegni familiari, appuntamenti e imprevisti. Ci sono stati momenti in cui lo stress ha superato la soglia di tolleranza, in cui io per primo, ho messo in dubbio la mia scelta, in cui anche una piccola richiesta in più sembrava una montagna da scalare. Alcune situazioni familiari delicate, alcune altre altrettanto complesse sul
piano lavorativo, hanno messo a dura prova il mio sistema emotivo, consumando energie che già erano al limite. Non sempre è stato possibile parlarne apertamente. Spesso si va avanti per automatismi, si stringono i denti, ci si mette la maschera della “normalità”, mentre dentro si cerca solo di non cedere. Ma lo studio paradossalmente è stato anche uno spazio di resistenza, uno degli unici luoghi in cui potevo ancora riconoscermi come persona in cammino, come qualcuno intento a “costruire”, nonostante tutto.

Il metodo di ricerca
Come accennato all’inizio del capitolo sulla mia esperienza studentesca per questo mio lavoro, cui ripeto ringrazio la prof.ssa Carmen Bilotta per il grande supporto professionale, didattico ed umano senza il quale non averi potuto portare a termine il lavoro, mi sono basato su una ricerca auto-etnografica, proseguendo, dunque, anche attraverso l’uso della metodologia antropologica quanto iniziato con la mia prima tesi di laurea dell’anno 2010. Ho anche preso spunto dalla tesi di P. Roli, come precisato in precedenza. La narrazione è sempre una parte difficile: si scrive di getto e poi rileggendo e ricontrollando quanto è stato messo nero su bianco, si ha modo di rivedere ciò che si è scritto, soprattutto in questo caso in cui l’argomento che si è scelto di trattare non era solo personale ma ha visto come protagonisti i colleghi universitari di questi due anni di corso di laurea. Spero di non suscitare in loro sentimenti di risentimento e/o offesa. L’autoetnografiaè un metodo di ricerca qualitativa che coniuga autobiografia ed etnografia e in cui il ricercatore riflette criticamente sulle proprie esperienze personali per comprendere fenomeni culturali più ampi come messo in luce da Carolyn Ellis, Tony E. Adams e ArthurBochner (2011), tre accademici noti, soprattutto, per il loro contributo fondamentale allo sviluppo e alla promozione dell’auto-etnografia, una tipologia metodologica di ricerca qualitativa, dicevamo pocanzi, che unisce aspetti autobiografici alla ricerca etnografica. In particolare, Carolyn Ellis, sociologa e professoressa emerita alla University of South Florida, è una delle figure più importanti nel campo dell’auto-etnografia evocativa. Ha scritto molto su come le storie personali e le emozioni possano rappresentare una forma legittima di conoscenza utile alla ricerca accademica. Ha promosso una forma di ricerca che si concentra su vulnerabilità, relazioni umane e riflessività. Tony E. Adams, un accademico anch’egli, è professore presso la California State University, Northridge, noto in particolare per il suo lavoro sull'identità, le relazioni interpersonali e la giustizia sociale. Ha aiutato a sistematizzare l’auto-etnografia come metodo accademico accessibile, difendendo l’uso della prima persona, la narrazione e l'impegno politico nella ricerca. Arthur P. Bochner è professore emerito alla University of South Florida, come Carolyn Ellis, con cui ha avuto modo di collaborare strettamente soprattutto nell’ambito dello sviluppo della cosiddetta auto-etnografia evocativa. Ha un background nella comunicazione e ha riflettuto molto sul ruolo del ricercatore come narratore. Ha sostenuto l’idea che il ricercatore non può essere neutrale e che le emozioni, le relazioni e le storie soggettive devono far parte del sapere scientifico. I tre autori hanno insieme hanno ridefinito l’approccio alla ricerca qualitativa, proponendo una scienza umana narrativa, emotiva, riflessiva e profondamente personale. Hanno fondato e sostenuto l’auto-etnografia evocativa, una forma di scrittura che cerca di coinvolgere emotivamente il lettore e rendere visibile l’esperienza vissuta. I loro contributi hanno influenzato fortemente le scienze sociali, la comunicazione, gli studi culturali, l’antropologia e persino la psicologia. Insomma l’auto-etnografia mostra e possiede un approccio che unisce l’analisi sistematica dell’esperienza personale (auto)con l’esplorazione dei contesti culturali (ethno), utilizzando la scrittura come mezzo di indagine e rappresentazione (graphy). A differenza dell’etnografia tradizionale, che si concentra sull’osservazione esterna delle pratiche culturali altrui, l’auto-etnografia pone il ricercatore al centro della narrazione, non più solo in qualità di osservatore, ma parte integrante del fenomeno studiato, allo stesso tempo insider e outsider. Questa posizione “ibrida” permette di indagare il modo in cui la cultura agisce sull’individuo, e viceversa. L’auto-etnografia, dunque, si basa sulla riflessione soggettiva e relazionale, e implica una forte esposizione di sé. L’autore utilizza le proprie esperienze per esplorare valori, credenze, pratiche sociali e processi di costruzione dell’identità, rendendo il testo fruibile e coinvolgente anche per un pubblico non accademico. Tuttavia, non va confusa con un semplice racconto autobiografico, dal momento che la narrazione è sempre accompagnata da un’analisi critica e poiché si inserisce in una cornice teorica volta a far emergere aspetti della realtà sociale che sarebbero altrimenti invisibili, come giustamente sottolineato anche da Mitch Allen, che certamente non è noto come “auto-etnografo” nel senso di uno studioso protagonista o fondatore nel campo, il quale tuttavia, in qualità di editore o legato alla pubblicazione accademica ha avuto modo di enfatizzare gli aspetti cruciali dell’auto-etnografia e, in particolare, la necessità di analisi e teorizzazione anche quando si usa la prima persona. L’etnografo osserva dall’esterno le dinamiche culturali, l’auto-etnografo vive immerso in quelle stesse dinamiche, raccontando e analizzando in prima persona i conflitti, le tensioni, icambiamenti vissuti nel tempo. La studiosa Garance Marechal (2010) distingue diverse forme di scrittura auto-etnografica, soprattutto nell’ambito dell’antropologia:
1. Antropologia nativa – condotta da ricercatori formalmente formati che studiano il proprio gruppo di appartenenza.
2. Autobiografia etnica – narrazione personale di membri appartenenti a minoranze etniche.
3. Etnografia autobiografica – l’antropologo racconta la propria esperienza personale all’interno di un contesto culturale, analizzando eventi, traumi, conflitti, violenze e percorsi di costruzione dell’identità.
Garance Marechal è una studiosa francese operante nel Regno Unito, con una solida formazione interdisciplinare che unisce strategia, sociologia e ricerca qualitativa. È conosciuta per l'uso innovativo dell’auto-etnografia e dei metodi visivi nella ricerca sociale; l’esplorazione critica di dimensioni come la territorializzazione e il "lato oscuro" delle organizzazioni. In ognuna delle teorizzazioni ed affermazioni degli studiosi e autori fin qui citati, il coinvolgimento emotivo non è visto, né può dirsi un limite, quanto piuttosto una vera e propria risorsa epistemologica. Riflettere sulle proprie esperienze e metterle in forma di scrittura può, inoltre, avere anche un effetto terapeutico sia per l’autore che per il lettore, fungendo da strumento di consapevolezza e trasformazione. L’auto-etnografia ha vissuto a lungo ai margini del mondo accademico, considerata da molti come eccessivamente personale o emotiva, e dunque poco “scientifica”. Tuttavia, a partire dagli anni ’80 in poi, con la svolta post-modernista nelle scienze sociali e la pubblicazione di testi come Writing Culture (Clifford & Marcus, 1986), si è assistito ad una crescente valorizzazione della soggettività del ricercatore, della dimensione etica della ricercae della scrittura come pratica conoscitiva. Secondo Gariglio (2017), quattro fattori hanno favorito questa inversione di tendenza:
1. Il riconoscimento della natura sociale della ricerca scientifica.
2. La valorizzazione degli aspetti letterari ed estetici nella scrittura etnografica.
3. La crescente attenzione all’etica nella produzione e pubblicazione delle ricerche.
4. Il ruolo della soggettività e dell’incorporamento in una società segnata da lotte per i diritti civili e da un clima culturale più sensibile alle differenze.
L’auto-etnografia parte dal presupposto che l’oggettività assoluta sia irraggiungibile e che l’esperienza personale influenzi inevitabilmente il processo di ricerca. Invece di occultare questa influenza, l’auto-etnografia la valorizza, facendo emergere le
ambiguità, le contraddizioni e le complessità dell’essere umano all’interno delle culture. Lo studioso, il ricercatore auto-etnografo non cerca solo di raccontare sé stesso, ma prova anche ad analizzare il contesto sociale e culturale in cui si muove, rendendo visibili le relazioni, le trasformazioni, le dinamiche e i conflitti. I testi prodotti devono essere evocativi e accessibili, capaci di raggiungere un pubblico più ampio rispetto alla ricerca tradizionale. Inoltre, l’auto-etnografia non elimina il rigore metodologico, la narrazione personale è, infatti pur sempre sostenuta da note, diari, osservazioni sul campo, documenti e testimonianze, esattamente come accade nella ricerca di campo etnografica tradizionale. È,tuttavia, un approccio che consente di documentare anche i cambiamenti che avvengono nel ricercatore stesso nel corso dell’indagine, mostrando come l’esperienza trasformi non solo l’oggetto di studio, ma anche chi lo studia. L’auto-etnografia, in definitiva, rappresenta un ponte tra vissuto personale e realtà sociale, tra esperienza e teoria, tra ricerca e narrazione. Si tratta di un metodo inclusivo, empatico, aperto all’interdisciplinarietà e alle contaminazioni, che rompe le barriere tra soggetto e oggetto, tra ricerca e letteratura. Scrivere in forma auto-etnografica significa abitare consapevolmente la propria storia, per trasformarla in conoscenza condivisibile. Un gesto politico, culturale e umano, che restituisce significato all’esperienza, voce ai vissuti e spazio alla complessità del mondo contemporaneo. Non so se nel mio lavoro mi sia riuscito di incardinare i vari pensieri degli autori che da anni si occupano di auto-etnografia. Ho seguito il mio istinto e le emozioni che ho provato nello scrivere questa tesi. Ho scelto di seguire un approccio auto-etnografico evocativo, perché mi pareva il più adeguato alla trattazione del tema scelto e perché fin da subito è stata mia intenzione dare priorità alla dimensione vissuta, emotiva e istintiva dell’esperienza stessa. Pur consapevole dei riferimenti teorici principali del campo, ho voluto privilegiare l’autenticità e l’impatto emotivo della narrazione.

Bibliografia
- Luigi Cariglio – Autoetnografia – Un metodo di ricerca fra scienze sociali, arte e letteratura – editore: Carocci editore @ Studi Superiori – anno 2023
- Paolo Roli. Tesi di laurea dal titolo: La Tribù della Prevenzione-Comportamento sociale degli studenti del corso di laurea specialistica in Scienze delle Professioni Sanitarie della Prevenzione Università degli Studi di Firenze - Biennio accademico 2006-2007
- Franco Dettori. Tesi da laurea dal titolo: “Essere tecnico della Prevenzione su un’isola…”. Corso di laurea triennale Scienze delle Professioni Sanitarie della Prevenzione Università degli Studi di Firenze - Biennio accademico 2009-2010
- Articolo “Autoethnography: An Overview” di Carolyn Ellis, Tony E. Adams e Arthur P. Bochner è stato pubblicato nella rivista Historical Social Research / Historische Sozialforschung, la quale è edita da GESIS – Leibniz Institute for the Social Sciences (Germania).- Anno 2011.
- Linstead, S., Maréchal, G., & R. W. Griffin. Special Issue on “The Dark Side of Organization”, Organization Studies, vol. 31, issue 8 (pubblicato online agosto 2010)
- Garance Maréchal (Christine Garance Maréchal) Autoethnography - In Encyclopedia of Case Study Research, vol. 1- Edizioni: Sage - anno 2010
- Writing Culture: The Poetics and Politics of Ethnography James Clifford & George E. Marcus - Casa editrice:University of California Press, Berkeley, California - Anno di pubblicazione 1986

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