Il dolore è un'esperienza privata, incomunicabile. Lo si esperisce in completa solitudine. 'Eppure del dolore si parla' (pagina 10): chi soffre ricerca la con-passione dell'altro, la partecipazione dell'altro da se alla propria sofferenza interiore; perché chiunque nella propria vita ha conosciuto il dolore, avendolo provato su se stesso.
Il dolore, inesprimibile, necessita di un linguaggio con il quale palesarsi: al di là delle parole, servono delle maschere atte a rappresentare tutta quella gamma di sensazioni ed emozioni provocate dal dolore in tutto il suo manifestarsi.
La paura della morte e del suicidio vengono instillate nella testa del popolo ignorante con favole inventate ad hoc da 'una ciurmeria di sacerdoti impostori' (G. Spini, F. Venturi, Dai libertini agli illuministi, in Rassegna storica del Risorgimento, anno XLI, Fasc. IV, ottobre-dicembre 1955, pp. 790-808), interessati soltanto al potere.
"Rivoglio la mia morte": questo è il grido di solitudine e dolore di Piergiorgio Welby. Grido al quale egli non può dar sfogo con la propria voce, ma che può solo affidare al suono atono, metallico, di un simulatore vocale.
Cinquantanove anni, una vita piena, interamente dedicata al giornalismo, un solo grande amore e due figli quando il medico, dopo accurate analisi, dichiara a Tiziano Terzani che ha tre diversi tipi di cancro, ognuno dei quali sensibile ad una specifica chemioterapia.
Comincia da qui un nuovo viaggio del giornalista fiorentino, il viaggio più difficile ed affascinante, alla ricerca di possibili cure per la propria malattia.
"...e se io e te ci sedessimo ogni giorno per un'ora e tu mi chiedessi le cose che hai sempre voluto chiedermi e io parlassi a ruota libera di tutto quello che mi sta a cuore, dalla storia della mia famiglia a quella del grande viaggio della vita?"
La voce del Medico Anestesista Dottor Mario Riccio, narra la battaglia di Piergiorgio Welby e della moglie Mina (Wilhelmine Schett) affinché venga riconosciuta la libertà individuale ed inviolabile a vivere ed a morire del singolo essere umano in uno Stato di diritto qual è l'Italia.
Non una semplice narrazione intimistica di una persona colpita da una patologia neoplastica, ma "un libro che unisce la narrazione personale della malattia a interessanti riflessioni sulla ricerca in oncologia e sulla professione medica" (Marta Tibaldi, Oltre il cancro. Trasformare creativamente la malattia che temiamo di più, Bergamo, Moretti e Vitali, 2010, pagina 19, nota).
L'Autrice, Dottoressa e Ricercatrice impegnata attivamente nella ricerca contro il cancro, è Direttore dell' Istituto Nazionale dei Tumori quando le viene diagnosticato un mieloma multiplo.
Non soffrire è un diritto. Compito della medicina e degli operatori medico–sanitari deve essere quello di umanizzare la pratica della medicina aiutando il malato a non provare il dolore non necessario o quantomeno a diminuirlo fino a renderlo sopportabile, onde far sì che la vita del morente sia migliore.
Nella vita di tutti i giorni, il dolore ha la funzione di avvertirci che qualcosa nel nostro organismo non funziona come dovrebbe. Quando il dolore non è più legato a nessuna patologia, ma diventa esso stesso una malattia a tutti gli effetti, deve esso stesso venir trattato come malattia e curato di conseguenza.
"La morte non cela alcun mistero, alcuna porta: è la fine di una creatura umana"; ma l' essere umano, l'unico essere vivente ad avere la coscienza della propria finitezza, ha da sempre cercato di darle un senso. Norbert Elias, quasi novantenne, getta un lucido sguardo sul modo in cui il dolore e la morte vengono vissuti nella moderna società occidentale. La sua amara conclusione è che la nostra società, seppur molto evoluta tecnologicamente, tende alla rimozione della sofferenza e della morte, fonte di malessere e disagio per chi rimane in vita.