La mia professione è fatta di incontri. Ricerca e formazione per accogliere lo straniero nel Sistema Sanitario Nazionale

Autore tesi: 
Erica Bianchi
Anno accademico: 
2011/2012

Accogliere lo straniero nella struttura ospedaliera è da sempre una sfida per chi lavora in sanità, questa sfida è ancora più difficile per le ostetriche che si trovano di fronte a donne che diventano madri, portando con sé il loro background culturale e tutte le loro visioni del parto spesso “fuori luogo” nelle nostre sale parto.
La sfida che si prospetta all’orizzonte delle ostetriche, ma anche di tutti gli altri professionisti sanitari, è quella di accogliere queste persone, così profondamente diverse da noi, negli ospedali e nelle sale parto nelle stesso modo in cui accoglieremo un nostro concittadino, fornendo un’assistenza soddisfacente per entrambi.
Col frequentare le sale parto e i reparti di degenza ho iniziato una profonda riflessione sulla figura dello straniero nel nostro SSN, una persona diversa per cultura, lingua e modo di agire, ma con le stesse identiche necessità della donna italiana.
Ho osservato assistenze completamente diverse, talvolta prive di tatto e delicatezza, altre volte impegnate nell’accoglienza, con ottimi risultati per la donna e grande soddisfazione per l’ostetrica. Da qui è nato il desiderio d’indagare il perché di alcuni comportamenti e, soprattutto, il perché di tanti modi di pensare ed agire nei confronti delle persone straniere.
Ho intervistato sette ostetriche che lavorano ogni giorno nei reparti di degenza e nelle sale parto, ho chiesto loro di esprimere liberamente le loro opinioni nei confronti delle donne straniere e di descrivere in modo reale la loro assistenza; magari perché le interviste erano anonime, o forse perché avevo avuto, nei lunghi periodi di tirocinio, la possibilità di osservarle nella loro quotidianità; sono riuscita ad ottenere risposte molto sincere, frasi, parole che riescono ad esprimere la grande difficoltà del “prendersi cura” di qualcuno che non si conosce, e che, spesso, purtroppo, non si capisce.
Dalle interviste alle ostetriche è emerso come l’assistenza alla donna straniera appaia “carente”: infatti non si parla solamente dell’ostacolo linguistico, anche se esso riveste un ruolo importante nel vissuto di ogni singola ostetrica, ma anche delle profonde differenze culturali che spesso impediscono una presa in carico soddisfacente in quanto non si comprendono tanti modi di vivere il parto diversi da quelli italiani. Un’ostetrica dice “Non riesco ad aiutarle come vorrei. Non riesco ad entrare in empatia con loro”; volendo sottolineare come in primis l’ostacolo linguistico sia un grande impedimento alla presa in carico, ma soffermandosi anche sul fatto che il non conoscere la loro cultura, il loro modo di vivere il parto e prendersi cura del bambino rende l’approccio alla donna e alla coppia particolarmente difficile.
Dalle interviste alle ostetriche emerge anche la loro profonda necessità di formazione, infatti tutte si dichiarano concordi nell’affermare di non aver mai avuto spunti che facilitassero l’accoglienza alla donna straniera; né durante il percorso di studio, né tantomeno lavorando. Da qui è nata l’idea di un progetto formativo fatto “su misura” per le ostetriche, un progetto che ha come obiettivo quello di migliorare l’assistenza alla donna e alla coppia straniera, restituendo alla donna il diritto di diventare madre secondo la propria cultura.
Il progetto formativo vede come strumento cardine la comunità di pratica, ovvero un gruppo di professionisti con competenze diverse, che cresce ogni giorno partendo dall’esperienza e dai vissuti di tutti i partecipanti. Una specie di “tavola rotonda” dove ognuno porta le sue idee e le sue esperienze e si cerca di rielaborarle tutti assieme. La comunità di pratica vedrebbe come figura principale quella dell’ostetrica, ovvero la professionista che si trova più a stretto contatto con la donna; ma dovrebbero farne parte anche altre figure professionali, ad esempio mediatori culturali, psicologi, antropologi, sociologi ecc.; al fine di arricchire il bagaglio culturale del gruppo e di portare all’interno della discussione anche tematiche diverse.
Il progetto è strutturato in una serie di incontri con cadenza mensile, alcuni di carattere più didattico, dove si cerca di conoscere, a grandi linee, il modo di vivere la gravidanza, il parto e l’assistenza al neonato nelle altre culture; altri invece più pratici, dove dalla riflessione sul vissuto esperienziale e dalle nuove competenze acquisite, si cercano di elaborare strumenti e metodologie per facilitare l’accoglienza alla donna e alla coppia straniera. Il progetto è stato elaborato partendo dalle esigenze delle ostetriche della realtà studiata, ma può essere adattato a qualsiasi ambito ospedaliero facendo attenzione alle esigenze del personale e alle culture con cui ci andiamo a rapportare.
L’esperienza di tesi mi ha permesso non solo di raggiungere un importante obiettivo personale e professionale, ma anche di sviluppare molte nuove competenze nel prendermi cura dello straniero, raggiungendo una notevole soddisfazione personale anche se “non ci capiamo”.

E-mail: 
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