Miei cari figli, vi scrivo,

Autore: 
Lilia Bicec
Anno: 
2013
Casa Editrice: 
Einaudi

Se fossi una poetessa, dedicherei un'ode alle donne che sono andate a lavorare all'estero... se fossi una scultrice scolpirei nella pietra la “madre straniera”. Ma sono solo una madre, una madre come tante, lontana da tutto ciò che per lei è più caro e prezioso. Non mi resta che scrivere a voi, miei cari figli, e andare avanti per le strade della vita...

Lilia Bicec, giornalista moldava, lascia la sua terra per la povertà, disperazione e disoccupazione dopo il crollo dell'URSS.
L'emigrazione delle donne, è sembrata essere l'unica via di uscita. In Moldavia un milione dei quattro milioni di abitanti è emigrato, in prevalenza donne. Le donne emigrate sono diventate fornitrici di denaro per gli studi dei figli, per il mantenimento dei genitori, per la costruzione di case più grandi, per il mantenimento dei coniugi rimasti a casa, disoccupati, e spesso alcolizzati. Le donne hanno lasciato la propria famiglia, e in particolare i figli, per occuparsi di altre famiglie, di anziani, spesso con turni e situazioni lavorative massacranti, in un paese talvolta ostile, poco ospitale, con abitudini diverse, dove può diventare difficile anche ritrovarsi in una comunità di connazionali. Lontano dai figli, la madre perde i passaggi della loro crescita, lo sviluppo affettivo emotivo, il menarca della figlia; quando torna a casa talvolta non è riconosciuta: “Stando in Italia non vi ho fatto mancare i soldi, ma vi sono mancata io...”
Tuttavia, l'emigrazione soprattutto dai paesi ex URSS è un'occasione per scoprire un'altra parte di mondo, non raccontato dal potere russo. La possibilità di ascoltare l'altra versione di fatti storici aiuta a uscire dal chiuso della cultura russa, come succede alla giornalista quando incontra un italiano sopravvissuto alla campagna russa della seconda guerra mondiale.
L'emigrazione per numerose donne diventa talvolta la via per liberarsi anche da situazioni coniugali difficili dove spesso la risposta dell'uomo al disagio esistenziale è l'alcool. La soluzione ultima rimane il ricongiungimento con i figli nel paese ospitante. Questo è il percorso di moltissime donne emigrate che fanno le “badanti” pur avendo altre qualifiche e rinunciando a vivere gli affetti e parte di se stesse, per inviare soldi a casa e permettere una vita più dignitosa ai loro familiari.
Non mancano gli avvenimenti comuni ad ogni vita: così Lilia, in Italia, si trova ad attraversare il cancro e soprattutto la morte in un incidente stradale del figlio adolescente dopo appena poco più di un anno che era riuscito a ricongiungersi in Italia alla madre. La morte del figlio porta la madre a conoscerlo meglio, scoprendo la capacità di adattamento e di farsi accogliere che aveva avuto il figlio nel paese ospitante. Questi avvenimenti, dolorosi, sono la spinta a riprendere in Italia gli studi, per meglio integrarsi, per conoscere la storia e la cultura italiana, e essere di aiuto alle connazionali costrette ad emigrare, fondando una associazione “Moldbrixia” a sostegno dei cittadini moldavi presenti o in arrivo nel nostro paese. L'Italia diventa una seconda terra-madre, ma rimane presente il “dor”, sentimento forse intraducibile in italiano, che racchiude il senso del desiderio e della nostalgia.
Tutto ciò accade dal 2000 in poi; ciò che viene raccontato, pur se conosciuto perchè sentito da badanti incontrate, letto su giornali, visto nelle televisioni, assume una incisività particolare. Scritto nero su bianco ci obbliga a fermarci e a riflettere sulla vastità del fenomeno e su quanto dolore viene esportato insieme alla “manodopera”. Ci testimonia di quanto la disperazione possa muovere persone lasciando gli affetti più cari e di quanto, dall'altra parte, noi che usufruiamo del loro lavoro, non riusciamo spesso a essere grati di quel che abbiamo e della loro presenza imbevuta di sofferenza.

Autore recensione: 
Luciana Coèn
Voto: 
8
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