Le confraternite della "Buona Morte": assistenza ai morenti tra medioevo ed erà moderna

Antropologia Breve escursus storiografico sulla nascita delle Confraternite della Misericordia e il loro operato di assistenza ai morenti nel periodo storico che intercorre tra Medioevo ed Età Moderna.

L’origine delle Confraternite della Misericordia o, come spesso furono ribattezzate, della Buona Morte, è assai antica. Opere pie d’ispirazione analoga, nacquero in Oriente intorno al IV – V secolo, affidate a collegi monastici, la cui missione di carità era, in primo luogo, di fornire assistenza ai malati, rischiando la propria stessa vita assistendo anche i più contagiosi, e, in secondo luogo, garantire una degna sepoltura a tutti colori che, per diverse ragioni, non se la potessero permettere. Analogamente, presso la Chiesa d’Alessandria d’Egitto, operavano alcuni Chierici, esperti in medicina – i Lectigari ed i Paraboloni, la cui missione era di garantire a chi ne necessitasse una sepoltura cristiana e decorosa. Anche a Roma era attiva un’Istituzione analoga i Fossores. Questa congregazione, analogamente alle opere pie orientali, si occupava di dare pietosa sepoltura ai morti. L’importanza del compito svolto e la considerazione in cui essa era tenuto si evince dal fatto che essa fosse annoverata dalla Chiesa nella gerarchia ecclesiastica del tempo[1].
Se il movimento associativo medievale non è direttamente riconducibile a quello antico, giacché il divario cronologico esistente tra le congregazioni latine e quelle medievali è così ampio da rendere improbabile la dimostrazione di un’effettiva continuità tra queste strutture, lo stesso discorso non vale per le Confraternite della Misericordia [2]. In questo caso specifico, infatti, è la vicinanza degli scopi caritatevoli perseguiti a rendere evidente la discendenza delle opere pie medievali da quelle antiche. Fu nel Medioevo, però che prese forma quel tipo di devozione dalla quale scaturirono le Confraternite della Misericordia nella forma arrivata sino ai giorni nostri. La continuità che, attraverso le diverse epoche storiche, caratterizzò l’assistenza agli infermi e la sepoltura dei defunti dimostra quanto questa fosse un’esigenza fortemente sentita in ogni comunità umana, da oriente ad occidente. Nel periodo medievale, tutte le Confraternite, non solo quelle della Misericordia, continuarono ad essere intimamente legate al sentimento religioso, allo spirito di fratellanza, d’amore e di carità tipico della dottrina cristiana, riassunto nell’affermazione citata nel Vangelo di San Marco: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Se s’intende comprendere intimamente lo spirito di questo moto associazionistico, non si può prescindere dal sentimento devozionale di coloro che a tali associazioni si affiliavano, pur rimanendo fermo il fatto che esse fossero sostanzialmente laiche, dato largamente accettato dalla critica e testimoniato dal fatto che non furono mai inserite nel sistema diocesano[3]. L’altra osservazione da cui non si può prescindere è un dato assai meno spirituale: la violenza, i disordini, le guerre, i contagi, e le epidemie furono la quotidianità del Medioevo. Singolarmente l’uomo medioevale non aveva alcuna speranza di sopravvivenza, se si desiderava aumentare le proprie possibilità di rimanere in vita era necessario fare parte di una collettività e, quindi, essere legato da vincoli di fratellanza con altri individui[4]. Visto in quest’ottica risulta più chiaro perché il fenomeno associativo ebbe, in questi secoli, un così ampio successo. Il XIII ed il XIV furono i secoli che segnarono una decisiva svolta nella storia delle Confraternite. Gli elementi che caratterizzarono questo periodo di gran fermento religioso furono essenzialmente due. Il primo è ravvisabile nella nuova linfa che la predicazione degli ordini mendicanti, francescani e domenicani donò alla religione Cristiana, il secondo va identificato, invece, con il rifiorire dei centri urbani e con il nuovo slancio vitale che investì la popolazione cittadina. In questi secoli trovarono una connotazione più precisa anche gli Statuti che regolavano la vita interna delle confraternite, essi smisero d’essere sterili raccolte di regole per divenire, a tutti gli effetti, vere e proprie dichiarazioni di principio, lo strumento attraverso cui venne regolata la vita religiosa dei laici. Costoro, infatti, non potendo dedicare interamente la propria vita a Dio, non vollero rinunciare a guadagnarsi il paradiso, una volta abbandonata la vita terrena, attraverso il compimento d’opere di misericordia[5]. Il momento decisivo per lo sviluppo delle attività assistenziali delle confraternite si verificò alla fine del XIV secolo. Nel 1500 si moltiplicarono le opere pie di matrice sociale, quali ospedali, assistenza ai poveri, agli orfani e ai condannati a morte. Fornire una compassionevole assistenza a coloro che si trovavano in una condizione di bisogno era la prova concreta che il cuore di colui che la compiva era puro e degno di Cristo[6]. Il risvolto più immediato di ciò era la certezza di essersi guadagnati la sopravvivenza ultraterrena, ovviando in tal modo al timore della morte, ma, soprattutto, la vita eterna nel regno di Dio[7]. Il soccorso ai fratelli più disagiati ed, in generale, a tutti i bisognosi è visto come una sorta di “palestra di carità” attraverso cui i laici possono esercitarsi in vista del giorno del giudizio divino. In altri termini agire in modo misericordioso è uno strumento infallibile di ricerca della salvezza dell’anima dalle fiamme dell’inferno. Partendo da questo presupposto, maggiore era l’umiltà dell’attività svolta, maggiore era la garanzia di vedere riconosciuti i propri meriti nell’aldilà. Le opere svolte a favore dei carcerati e dei condannati a morte seguono proprio questa logica. Prestare conforto, spirituale e materiale a questi derelitti, era un’azione che, sotto un certo punto di vista, atterriva i contemporanei: la colpa e la morte, che ad essa si accompagnava, erano concetti spaventevoli per gli uomini di quel periodo. Allora perché tanta dedizione? Essa derivava da una scelta d’amore nei confronti di Gesù Cristo, il quale accettò di essere crocifisso, pena riservata ai più vili furfanti, al fine di espiare, attraverso il proprio sacrificio, i peccati di tutto il genere umano[8]. Sotto quest’aspetto specifico le Confraternite della Misericordia sono profondamente debitrici dell’esperienza devozionale dei Flagellanti, consumatasi intorno al 1260. Sebbene quella dei Flagellanti fosse indubbiamente una manifestazione più cruenta, lo spirito d’emulazione della passione e morte di Cristo è il medesimo[9]. Se i Flagellanti rivivevano la passione di Cristo autoinfliggendosi violente punizioni corporali e offrendosi volontariamente come vittime sacrificali per espiare su di sé i peccati della società, i Confratelli della Misericordia rivivevano la Via Crucis accompagnando i condannati a morte al patibolo.
In ultima analisi, in cosa consisteva l’opera di conforto svolta dalle Confraternite della Misericordia e quale era, concretamente, la loro funzione sociale? Se a livello personale le opere a favore dei carcerati contribuivano a far guadagnare, a coloro che le compivano, la salvezza eterna, a livello sociale esse servivano a ricomporre lo strappo che idealmente si era verificato tra la città e il condannato. Il riconoscimento della colpevolezza di un imputato, accusato di un reato passibile della pena di morte, comportava l’espulsione violenta di costui dalla cittadinanza[10]. Il desiderio di mitigare le sofferenze dei morituri, evidenzia la necessità della cittadinanza di ritrovare la pace sociale, rotta dalla brutalità dell’esecuzione, ma anche il perdurare del timore per il ritorno dei morti, diffusissimo nelle società antiche. Filippo Fineschi, nel riportare i racconti, chiaramente mitici, delle fondazioni delle Confraternite di Firenze, Roma e Napoli, evidenzia come il dato comune sia proprio il ritorno nella civiltà dei vivi dei morti che non avevano ricevuto una degna sepoltura. Sebbene in questi racconti vi sia una veridicità storica, essi sono utili per comprendere il motivo per cui la società cominci a preoccuparsi della sorte dei cadaveri dei giustiziati[11]. I corpi di coloro che si erano macchiati di gravi delitti erano considerati impuri, poiché contaminati dalla colpa, tanto che solamente al boia, insieme con i propri aiutanti, era consentito maneggiarli. Nell’immaginario collettivo, infatti, la figura del boia era vista come una sorta d’ibrido: da un lato essa meritava rispetto, dal momento che svolgeva una funzione pubblica, eseguendo le sentenze emanate dal potere principesco, dall’altro proprio per la vicinanza che il suo mestiere implicava con il peccato, sangue e la morte, era confinato, insieme con la sua famiglia, ai margini della società. Nelle memorie dell’ultimo boia della città di Torino, Pietro Piancone, si legge che il “Giustiziere dell’illustrissima Città” era talmente temuto che, non solo nessuno tra i cittadini osava avvicinarglisi, ma che addirittura lo stipendio gli veniva consegnato gettando il danaro al suolo. Nella credenza popolare era viva la convinzione per cui un qualsiasi contatto fisico con il boia, anche breve, potesse causare il contagio. Nelle memorie di Pietro Piancone si può leggere anche che, sebbene i torinesi rispettassero il proprio boia, non riuscivano a non essere spaventati dalla natura dei suoi compiti. Proprio per questo motivo anche la sua famiglia era destinata al più totale isolamento: la famigliarità, derivante da un legame matrimoniale o filiale, con chi aveva contatti quasi quotidiani con dei peccatori, rendeva impuri anche coloro che gli vivevano accanto. Questo tabù, derivato dalla vicinanza con il sangue ed il peccato, costringeva il boia ed i suoi familiari ad una vita isolata dal resto della società. La separazione tra costoro ed il resto della cittadinanza, era concretamente evidente. Il carnefice con la propria famiglia abitava in una dimora, situata tra le vecchie carceri ed il patibolo, essa, da secoli, era la casa del boia e non ospitava altri se non i boia che di volta in volta prestavano servizio in città. Anche in Chiesa il carnefice ed i congiunti non partecipavano alla funzione religiosa pregando con gli altri membri della comunità, ma erano confinati in un banco ben separato da tutti. Neppure nell’ora della morte e della sepoltura erano reintegrati nella cittadinanza. Non facendo parte della comunità dei vivi, non facevano neppure di quella dei morti, quindi non venivano sepolti nel cimitero come chiunque altro, ma sotto il campanile della parrocchia[12]. Solo alla fine del 1800 una volta resa impossibile per motivi igienici tale pratica, l’autorità civile si risolse a dare loro sepoltura presso il cimitero di S. Pietro in Vincoli.
Data breve notizia del modo in cui sangue, morte e peccato fossero percepiti della società tra XIV e XV secolo, si riesce a comprende il motivo per cui il compito dei Confratelli della Misericordia fosse considerato un atto di penitenza e d’umiliazione tanto gravoso. Non pare peculiare, quindi, che, all’interno della Confraternita del Tempio di Firenze – caso per nulla isolato – coloro che si occupavano dell’assistenza dei condannati a morte, costituissero un’organizzazione separata: l’esposizione al pericolo di essere contagiati dalla colpa era troppo forte[13]. In realtà, l’eventualità che il confratello confortatore venisse in contatto con il boia, con uno dei suoi aiutanti o con il condannato stesso era assai remota. Essa si poteva verificare solo nel caso in cui quest’ultimo venisse malmenato dal carnefice o che gli fosse impedito di esprimere le proprie volontà, anche la benda, utilizzata per coprire gli occhi del condannato, veniva gettata a terra verso il boia, il quale la sporgeva al condannato[14].
Nel XV secolo, con l’avvicinarsi dell’età moderna, si modificò la sensibilità della società nei confronti del concetto di colpa. Pur rimanendo costante la preoccupazione dell’impuro, caratteristica del periodo medioevale, insorse la nuova preoccupazione di come riuscire a garantirsi il perdono del giustiziato. In questo senso divenne imprescindibile l’opera delle Compagnie della Misericordia, le quali svolsero un’azione conciliatrice tra il condannato e la comunità dei vivi. Si può affermare che i Confratelli funsero da tramite tra la società dei vivi ed i perituri: il perdono del giustiziato, in cambio della garanzia che al corpo del condannato sarebbe stata data un’onorevole sepoltura. L’assistenza spirituale della Confraternita era atta a far comprendere al reo la gravità della propria colpa e, di conseguenza, fargli accettare cristianamente la condanna capitale inflittagli dalla società. Il complesso cerimoniale a metà tra il religioso ed il giudiziale, con il quale le Compagnie della Misericordia accompagnavano il condannato al patibolo, adesso non era più un rito d’espulsione, ma di reintegrazione del reo in seno alla società. Il giustiziando non era più visto come un pericolo per la comunità dei vivi, al contrario i suoi patimenti fornivano un’occasione rafforzamento morale. In quest’occasione anche il potere principesco poteva mostrare tutta la propria la propria forza ai sudditi, riparando all’offesa che il reo aveva arrecato al Principe, infrangendo la “sua” legge. Attraverso quest’edificante messa in scena della misericordia divina da un lato e dell’infallibilità del Principe dall’altro, le anime dei cittadini venivano nutrite dal pentimento pubblico di un peccatore[15].
In cosa consisteva opera di conforto fornita ai condannati a morte dalla Confraternita della Misericordia? Innanzi tutto è opportuno ricostruire brevemente quali fossero i momenti salienti che caratterizzavano l’iter del condannato, prima di giungere al giorno dell’esecuzione capitale. Nella ricostruzione delle procedure adottate in questi frangenti vengono in soccorso gli Statuti della Confraternita della Misericordia di Vercelli. Una volta emessa la sentenza di condanna a morte, il condannato era portato nel confortatorio. Avuta notizia della condanna, la Confraternita era tenuta, di norma, ad esporre il gonfalone della morte. L’ostensione dello stendardo poteva durare dai tre ai sei giorni e serviva ad avvisare tutta la cittadinanza del fatto che, a breve, si sarebbe svolta un’esecuzione capitale. Il confortatorio era un luogo completamente isolato a cui avevano acceso solamente i due Confratelli prescelti per la preparazione spirituale del condannato. Gli Statuti regolavano in modo piuttosto rigido anche le norme relative alla somministrazione di cibi e bevande ai “pazienti” nel confortatorio. Costoro, infatti, dovendo ricercare il perdono divino, dovevano mortificare il fisico e fortificare lo spirito[16]. Cibo, bevande, utili a rifocillare i condannati e gli indumenti, nel caso essi fossero necessari a rendere presentabile il condannato, erano forniti, a proprie spese, dalla Confraternita. Una volta ultimate le formalità della vestizione, il condannato, insieme con i due confortatori, s’incamminava verso il patibolo. Arrivati alle porte del carcere, il condannato doveva pronunciare parole di pentimento e recitare qualche preghiera di fronte al Crocifisso prima di salire sul carretto che lo avrebbe condotto nel luogo dell’esecuzione Compito dei Confratelli era quello di mantenere la mente del condannato il più possibile impegnata nel recitare orazioni e concentrata nello sforzo d’espiazione. A tale scopo i confortatori si servivano di tavolette sulle quali erano riprodotte le effigi di Cristo, della Vergine e d’altri Santi[17]. Lo scopo di mantenere lo sguardo del condannato fisso sulla tavoletta era duplice: da un lato si desiderava mantenere la sua attenzione viva sul rito d’espiazione, dall’altro si tentava di ovviare all’eventualità che lo sguardo diabolico del morituro potesse contaminare coloro che assistevano all’esecuzione. Gli occhi, infatti, essendo lo specchio dell’anima avevano il potere, secondo la tradizione, di contagiare chiunque avesse incrociato lo sguardo con il reo un attimo prima che fosse ucciso dal boia[18]. Il Confratello che portava con se la tavoletta, accompagnava il condannato fino sopra al patibolo, recitando qualche orazione, sussurrando alcune parole di conforto e facendo attenzione a tenere l’immagine sempre fissa davanti agli occhi del condannato. Quando tutto era pronto per l’esecuzione, il confortatore abbandonava il patibolo per raggiungere gli altri Confratelli raccolti in preghiera, lasciando, così, che la giustizia facesse il proprio corso[19]. Mentre i due confortatori portavano a termine la propria missione, gli altri Confratelli preparavano dettagliatamente la tempistica e la gestualità della funzione. Il Maestro delle Cerimonie controllava che nessun confratello venisse meno al basso profilo richiesto dalle circostanze e non ostentasse lussi o stravaganze nell’abbigliamento. Negli statuti si raccomandava di indossare solamente il “sacco ” e la cappa nera, recanti il simbolo della Confraternita. Una volta avuta notizia dell’avvicinarsi del “paziente”, il Maestro delle Cerimonie ordinava di celebrare una Messa, alla fine della quale venivano scelti due Confratelli per cantare le litanie, tre piuttosto robusti per portare il Cristo in croce sino alle porte del carcere, infine, altri due, particolarmente degni o per nascita o per prestigio derivante dalla carica, a portare le torce. La processione, a questo punto, si dirigeva verso le Carceri, dove si attendeva l’arrivo del morituro. Innanzi alle carceri si univano alla processione descritta in precedenza, il Cappellano, il Governatore in mezzo a due sagrestani, i quali avevano il compito di portare tutto il necessario nel caso l’esecuzione si fosse prolungata più del previsto. Il giorno successivo i fratelli tornavano sul luogo del supplizio ed il Governatore – o il più degno tra loro – assistito dal Maestro delle Cerimonie, staccava il cadavere, riponeva il capestro in una sacca e, processionalmente, s’incamminava verso il cimitero, situato presso [20].
Come si può notare da questo breve resoconto, il rituale adottato dalle Confraternite è assai complesso. La processione non ha alcun intento infamante nei confronti del morituro, essa si snoda tra la folla, quasi fosse una rappresentazione teatrale della Via Crucis. Le tappe che caratterizzavano il corteo erano rese in modo tale da richiamare alla mente di coloro che assistevano la passione di Cristo. Questo desiderio di teatralità era in linea con il gusto del tempo. Nel corso del 1400 si andava consolidando il processo d’accentramento del potere principesco e l’ostentazione che se ne faceva era funzionale alla celebrazione del Sovrano stesso. Proprio allo scopo di rendere più evidente lo splendore del Principe, nacque la necessità di adottare riti sempre più ricercati e sfarzosi per celebrare la sua magnificenza. Il medesimo gusto per una ritualità quasi liturgica si può riscontrare nella forte carica simbolica che i Confratelli della Misericordia diedero alle loro processioni. Ora il condannato a morte non espiava più soltanto le proprie colpe, ma forniva, attraverso il proprio pentimento pubblico, un esempio edificante all’intera comunità. Allo stesso tempo, oltre che un mezzo per educare la cittadinanza, la morte del condannato era un momento celebrativo della giustizia del Principe. Il potere del Sovrano si abbatteva con tutta la sua violenza sul capo di colui che aveva osato infrangere quella legge che emanava dalla persona stessa del Principe. A ben guardare il rigido cerimoniale, studiato e perfezionato dalla Compagnia della Misericordia, può prestarsi ad essere interpretato anche come un rito di passaggio, nel quale si possono individuare tre momenti diversi. Il lento defluire del corteo dal centro della città verso la zona fuori le mura rappresentava la fase di separazione del condannato dalla comunità dei vivi. In questo momento, in cui si tocca il culmine della lacerazione tra società e reo, s’innesta l’opera della Confraternita della Misericordia, che consiste nel ricomporre lo strappo operato dalla sentenza capitale. Nel corso della cerimonia si consumava la seconda fase del rito, quella di transizione. In questo frangente il reo si trova ad essere “morto”, poiché espulso dalla società, pur essendo nel bel mezzo della comunità dei vivi: una sorta di dead man walking. La processione, era il momento più delicato di tutto il processo, era il momento d’espiazione per il reo e di ricomposizione della lacerazione sociale, provocata dalla sentenza. Essa consentiva al reo di poter uscire dalla condizione mediana di “morto nella comunità dei vivi” ed essere finalmente aggregato al regno dei morti. Per uscire da questa condizione ambigua necessitava un passo ulteriore. Anche nella terza fase del rito, quella d’aggregazione, la Confraternita della Misericordia aveva un ruolo decisivo. Era proprio grazie alla cura del cadavere e, successivamente, alla sepoltura cristiana, ad opera dei Confratelli, che il condannato lasciava il mondo dei vivi per approdare alla nuova e definitiva sistemazione nella comunità dei morti. L’opera della Misericordia, infine, scongiurava definitivamente la possibilità del ritorno di un morto, ritenuto pericoloso dalla società, nel regno dei vivi. Non a caso, il condannato, nel giorno del supplizio, era esortato dai Confortatori a perdonare carnefice che, a nome della società, lo mandava a morire. Tale richiesta sembrava quasi voler suggellare quel patto ideale tra condannato e società attraverso cui il primo s’impegnava a non perseguitare i vivi dopo la morte, in cambio dell’aggregazione alla comunità dei morti[21].

BIBLIOGRAFIA:

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Note:

[1] MARTINI, G. (1935). Storia delle confraternite italiane con speciale riguardo al Piemonte. Studio di storia del diritto ecclesiastico. Tipografia Editoriale Umberto Franchini & C., Torino. (pag. 8)
[2] G. MARTINI op. cit. (pag. 9)
[3] RUSCONI, R. (1968). Appunti per uno studio sulle confraternite medioevali: problemi e prospettive di ricerca, In Storia d'Italia Einaudi, La e il potere politico dal Medioevo all'età contemporanea. A cura di G. Chittolini e G. Miccoli, Giulio Einaudi Editore, Torino. (pag. 472)
[4] MARTINI, G. op. cit.. (pp. 23–28)
[5]DE SANDRE GASPARINI, G. (1968). Appunti per uno studio sulle confraternite medievali: problemi e prospettive di ricerca.In "Studia Patavina", 15, Editrice Gregoriana, Padova. (pp. 119–120)
[6] DE SANDRE GASPARINI, G. op. cit. (pag. 121)
[7] ELIAS, N. (1985). La solitudine del morente. Il Mulino, Bologna. (pag. 25)
[8] DE SANDRE GASPARINI, G. op. cit. (pp. 121–122.)
[9] FRUGONI, A. (1963). Sui flagellanti del 1260. In "Bullettino dell'Istituto Storico Italiano per il Medioevo e Archivio Muratoriano", 75, Roma. (pp. 226–227)
[10] FINESCHI, F. (1992). La rappresentazione della morte sul patibolo nella liturgia fiorentina della Congregazione dei Neri. Archivio Storico Italiano, vol. 150, N. 552, disp. III (pag. 806)
[11] FINESCHI, F.op. cit. (pp. 808–809)
[12] TORRE NAVONE, C. (1978). Note sull’ArciConfraternita della Misericordia e la sua Chiesa in Torino. In C. BRACHET, C. TORRE NAVONE, S. P. ANSELMO, C. MOSSETTI, G.C. SCIOLLA, M. PINOTTINI, S. RUFFINO, E. RANDONE, Arte, pietà e morte nella Confraternita della Misericordia di Torino. Quaderni dell’ArciConfraternita della Misericordia di Torino. (pag. 48)
[13] FINESCHI, F. op. cit. (pp. 810–811)[14] FINESCHI, F. op. cit. (pag. 824)[15] FINESCHI, F. op. cit.. (pp. 814–815)
[16] BUSSI, V. La compagnia dei battuti di Santa Caterina e di Santo Spirito in Vercelli.(pag. 17)
[17] BORGHEZIO, G. (1928). L'arciConfraternita San Giovanni Battista decollato e Patronato liberati dal carcere (detti della misericordia): nel 7° cinquantenario della fondazione in Torino, 1578-1928. Studi e ricerche, Torino. (pp. 27–30)
[18] FINESCHI, F. op. cit. (pag. 824)
[19] BORGHEZIO, G. op. cit (pag. 31)
[20] BORGHEZIO, G. op. cit. (pag. 33)
[21] FINESCHI, F. op. cit. (pp. 826–843)

a cura di Gianluca Favero e Lara Lupini

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