Il Movimento è vita: "Lo scafandro del corpo non impedì alla farfalla dell'anima di uscire e comunicare" - Report incontro 19 febbraio 2014

L’incontro, il Movimento è vita, può essere declinato in più forme ed aspetti, poiché lo schema corporeo presenta delle risorse che spesso noi stessi ignoriamo. Un esempio di ciò lo possiamo trovare anche nella letteratura, come dimenticarsi, infatti, della storia, raccontata nel libro di Andrea Filippini un infermiere che è stato in Afghanistan, di un bambino gravemente leso da una granata e soprannominato dallo staff medico “Igor” e che a poco a poco è riuscito ad inserirsi, nonostante i suoi supporti e le sue protesi, nel clima dell’ospedale per cui era diventato, alla fine, parte del mondo curanti pur essendo egli stesso un curato.
L’intervento di Massimiliano Luciani, Caposala-coordinatore dell’APSP “Del Campana Guazzesi” di San Miniato (Pi), ci fa notare come spesso noi ghettizziamo le varie età della vita e in particolarità l’età anziana. Vi sono individui che per esempio non prendono in considerazione le problematiche degli anziani e ancora di più non considerano l’anziano straniero. Ecco come in alcune realtà presenti sul territorio, che si occupano degli anziani, le RSA, si sono creati dei movimenti di pensiero che analizzano quali siano le risorse dalle quali “attingere” per trovare nuove modalità di intervento, e con stupore dei più queste sono proprio i loro ospiti, i quali risultano essere motore attivo e vivo. Tutto ciò è dovuto anche ad un vero e proprio cambio di prospettiva, ossia il vedere la persona non più come luogo dell’agire, ma bensì come luogo di cura.
Spesso l’immagine che abbiamo del corpo è una mera produzione culturale, poiché utilizziamo il nostro corpo a seconda della cultura a cui apparteniamo, basti pensare a come lo “decoriamo” attraverso tatuaggi, piercing, tagli di capelli e altro ancora e come alla fine questo sia percepito.
Anche la malattia, che riguarda espressamente il mondo del corpo, può portare ad una stigmatizzazione e ad una percezione completamente stravolta. Se pensiamo alle malattie oncologiche queste risultano avere un impatto fortissimo sul corpo.
Per tale ragione pensare al movimento in relazione all’universo corpo ci fa comprendere che questo sia pienamente vita e che non è solo il modificarsi di un gesto, ma l’andare oltre, riuscendo ad individuare, là dove sia possibile, delle competenze che la nostra quotidianità ha reso sempre più sfumate. Ci abbiamo messo tanto per acquisire delle abilità sensoriali e le abbiamo perse relegandole in stereotipi.
Se riflettiamo sul tema legato a questo spazio di incontro ripensando al titolo citato “lo scafandro e la farfalla” (J.D.Bauby) ci rendiamo conto di quanto siano importanti le competenze e come la malattia possa cambiare questo stato di cose. In aggiunta viene a porsi che la questione di vedere come gli stessi operatori possano relazionarsi con questa realtà difficile da gestire. Il prendersi cura, se ci pensiamo, è una vera e propria arte, perché al di là del concetto di cura, si entra in relazione con l’altro che diviene luogo di cura ed in questo modo il momento di relazione è uno spazio nuovo, utile per uscire fuori dagli schemi, attraverso anche l’esperienza.
La prima forma di contatto con l’altro si sviluppa attraverso la pelle, quella che noi culturalmente addomestichiamo, lavoriamo e costruiamo, ma che è anche il nostro limite, il nostro confine. Nel momento in cui noi viviamo un momento di fragilità la pelle, che è il nostro confine, traduce il sentire e lo acquisisce. Il filosofo Jean Luc Nancy afferma che “mai come nella malattia si diventa sensibili” ed appunto in questo risvolto di vita che tale affermazione prende corpo, soprattutto in tutti coloro che si prendono cura della persona, perché questa non è solo un oggetto ma un individuo. La pelle, vista come limite, è una realtà che implica altri elementi come ad esempio il pudore, le sensazioni, la nostra storia. Nel nostro sistema si è tornati ad interessarci al pudore nel momento in cui abbiamo avuto a che fare con persone provenienti da altre culture, che non devono essere considerate Altre da noi, ma bensì un modo per farci capire quanto di noi stiamo perdendo. Finché consideriamo l’altro “straniero” avremo sempre una visione limitata e limitativa. Invece dobbiamo pensare a “loro” come fonte di confronto e riflessione, di fatti, ripensando al pudore nella nostra società contemporanea possiamo notare come questo si sia declinato in maniera diversa e fondamentalmente in una posizione di disagio. Se ci focalizziamo sulla persona malata noteremo come questa sia in una posizione orizzontale completamente diversa da noi che manteniamo la nostra stazione eretta. Creiamo, così, un dislivello che, invece, dovremmo cercare di eliminare e riportare tutto sullo stesso piano creando anche luoghi adatti alla cura e al benessere dell’altro. Questo dovrebbe essere applicato in misura maggiore in merito all’anziano verso il cui corpo trasformato, dal tempo e della vita, sembra venire a mancare tutto questo, come se si perdesse la dignità dell’intero corpo in favore di un’immagine distorta, come quella presente nel libro a fumetti “Il mio diario di un addio” di Pietro Scarnera, in cui viene racconta l’esperienza di figlio alle prese con un padre in stato vegetativo dopo un problema vascolare, il quale viene rappresentato in terapia intensiva senza naso, bocca ed occhi. Pertanto sembra opportuno iniziare a riflettere in questa direzione ed iniziare a vedere il corpo e il movimento stesso nelle loro fasi evolutive come una vera risorsa da cui poter prendere ispirazione per avere una nuova visione di intervento.

E.U.

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