Esperienza con la morte

Parlare di morte non è mai facile, questo anche per chi professionalmente si trova ad avere a che fare con essa, l'esperienza con la morte infatti lascia sempre un segno e fa riflettere. Luca Becheroni, studente del corso di laurea in Infermieristica di Prato, è uno di quelli che ha espresso il proprio punto di vista e ha raccontato la propria esperienza.

“Se è vero che la morte non deve farci paura perché quando c'è lei non ci siamo noi e quando ci siamo noi non c'è lei, allora perché evitiamo di parlarne ...”

Non ho mai pensato a come sarei morto fino a quando l'esperienza della morte non si è resa partecipe della mia vita. Proprio nel luogo dove le persone vanno per guarire a volte trovano la fine della loro vita e il perché spesso è solo una domanda futile che dovrebbe lasciare spazio alla riflessione sul senso della vita e sul nostro approccio al periodo della sua fine.
Parlando di “ nostro ” intendo di noi operatori sanitari che viviamo in continuo contatto con il dolore altrui e con le speranze delle persone che assistiamo; spesso siamo proprio noi a definire l'umore, la forza di reazione ed il processo di accettazione di queste persone verso le loro malattie e verso l'approccio al periodo di fine vita.
Infatti, senza che noi ce ne accorgiamo, leggono nei nostri occhi, nelle nostre parole, nei nostri sguardi e nelle nostre azioni, quelle che possono essere per loro speranze o condanne.
Il giorno che ho incontrato il periodo di fine vita di una persona è stato molto imbarazzante rendermi conto di quanto fossi vuoto di parole che non riuscivo a trovare proprio perché dentro di me, il vuoto sull'approccio alla morte di una persona della quale io non sapevo nulla era veramente dominante. Non riuscivo ad accettare questa sensazione di impotenza che limitava la mia assistenza alla persona; pensai allora che le emozioni sono forse per tutti uguali anche se diversa può esserne l'interpretazione definita da preconcetti, tradizioni, religioni e culture diverse.
Decisi di sedermi accanto a questa persona come facevo con mia madre durante i suoi ultimi giorni; inizialmente decisi di ascoltare i suoi racconti, poi, con fare disinvolto, iniziai a parlare anche io e nacque così un dialogo basato sulla semplicità, sui ricordi e sulle cose belle che la vita ci offre ma anche su quelle brutte che la vita ci riserva. Lui non era più una persona a me sconosciuta e neppure io lo ero più per lui. Vista la solitudine nella quale viveva il suo ultimo periodo di vita, ero diventato per lui l'amico di racconti, di risate e di pianti, quei pianti che non rappresentavano disperazione, ma bensì amore verso la vita alla quale le persone che si trovano in questa fase si avvicinano inesorabilmente.
Penso di non essermi reso completamente cosciente di quello che stavo facendo in quei momenti, ma ripensandoci a posteriori penso di aver conosciuto questa persona nel momento in cui si stava domandando: “perché a me?”
La rabbia che riuscivo a percepire nelle sue parole e nei suoi occhi lasciava spazio solo al pensiero di odio verso la vita, quella vita ingiusta che lo aveva condannato senza motivo, come se per morire ci fosse bisogno di un motivo. Nei giorni successivi, quando iniziò ad aprirmi le porte delle sue emozioni, notai che il parlare della morte lo rendeva sempre più forte, ma non era una sfida con la vita che lo aveva condannato, bensì il modo in cui accettava la fine della “sua” vita.
Nei giorni a seguire i nostri dialoghi divennero sempre più interessanti e le sue espressioni mi fecero pensare alle fasi definite dalla Kubler-Ross, proprio perchè sembrava cercare un compromesso con l' aldilà, evidente dalle sue frasi che riguardavano promesse e futuro, un futuro nel quale lui sarebbe cambiato, sarebbe diventato più buono e si sarebbe dedicato agli altri, ma un futuro nel quale neppure lui credeva ma che per lui era definito anche dalla speranza di pochi giorni in più di vita.
Il suo ultimo giorno di vita non fu il nostro ultimo giorno assieme perchè lui morì qualche giorno dopo che me ne ero andato, ma forse proprio quel giorno lui decise di accettare veramente la morte.
Mi disse che ero stato veramente importante per lui perché se nella vita la solitudine lo aveva allontanato dalla gente nella fase della morte, la vita lo aveva ricongiunto alla gente e quella “gente” ero io che con l' ascolto, i dialoghi e gli scambi di opinioni sulla morte senza parlare della morte, lo avevo aiutato ad accettarla con più amore verso la vita.
Penso che l'infermiere che costantemente deve vivere, per scelta, vicino a persone che parlano di speranze debba a sua volta, oltre che a proteggersi dalle emozioni con la razionalizzazione, cercare di stimolare negli altri quelle speranze delle quali si nutrono queste persone, e non attraverso l' ostinazione alla speranza di guarigione ma bensì verso l'aiuto alla riflessione e alla speranza di riuscire ad accettare la morte come parte integrante e inscindibile della vita.
Questa esperienza mi ha fatto spesso riflettere su come vorrei morire e se una certezza si è consolidata dentro di me è che voglio vivere la vita dedicando le mie forze agli altri, voglio vivere sinceramente e amare tutto quello che il giorno mi riserva, anche perchè se la vita è una, il tempo che inesorabilmente passa mi avvicina alla morte e quando lei arriverà voglio accoglierla con serenità ma non per paura di quello che mi riserva l'aldilà ma bensì per essere soddisfatto della mia vita terrena.

A cura della dott.ssa Emilia Uccello

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